da Comunità palestinese di Parma, Fronte della Gioventù Comunista – Parma, Potere al Popolo – Parma

Diverse persone sono state raggiunte da un avviso di fine indagini per la contestazione alla Brigata Ebraica durante il corteo del 25 aprile dell’anno scorso. Queste notifiche non ci stupiscono troppo; dopo le 21 denunce arrivate dopo le mobilitazioni per la Flotilla, sono la prova di un atteggiamento repressivo a livello nazionale verso chiunque osi mettere in discussione l’operato del governo italiano o dei suoi alleati, tra cui Israele. Se solo a Parma vengono aperti 40 procedimenti per chi lotta contro un genocidio significa che ci attendono tempi bui.
Nel merito della questione: agli indagati viene contestato il reato di violenza privata con l’aggravante dell’incitamento all’odio razziale per aver “costretto” la Brigata Ebraica a chiudere uno striscione che recitava «anche loro 5000 sionisti hanno liberato l’Italia». Potremmo – e lo faremo con un opuscolo dedicato che verrà presentato il 15 maggio – entrare nel dettaglio di cos’è stata dal punto di vista storico la Brigata Ebraica. Qui non ci dilungheremo sul ruolo militare e politico ricoperto storicamente dalla Brigata Ebraica, né sull’utilizzo politico in tempi recenti. Ci interessa invece affermare il principio che il 25 Aprile non può essere lo spazio per sostenere un genocidio.
Il 25 Aprile rappresenta la sconfitta del fascismo, di quel regime che aveva limitato qualsiasi libertà politica e sindacale, che si era macchiato di crimini orrendi in Italia e nelle colonie, che era corresponsabile per lo scoppio della guerra e che – da ultimo – aveva collaborato nel compiere il genocidio contro il popolo ebraico. Se in questa giornata si portano in piazza bandiere e simboli di uno Stato il cui governo è accusato di commettere un genocidio, di torturare i prigionieri palestinesi nelle carceri e che è il principale responsabile della guerra in Medio Oriente allora nessuno può credere alla buona fede.
Diciamo nessuno perché a contestare la presenza di quello striscione non c’erano solamente i fantomatici “Propal”, ma c’erano – come si legge anche nelle carte della Procura – centinaia di persone normalissime, di ogni età, scese in piazza spinte da un genuino sentimento antifascista e schifate dalla presenza di quei simboli e quelle bandiere. Chi si assume l’onere di portare in piazza una provocazione di questo tipo non può poi piangere lacrime di coccodrillo per la naturale e pacifica contestazione ricevuta. Durante il corteo, del resto, non ci sono state violenze né minacce, né tantomeno alcun odio razziale verso i componenti della Comunità Ebraica, ma solo la legittima contestazione a chi in quel contesto ha voluto fare una provocazione politica. L’unica violenza è stata fatta contro la memoria dei partigiani, provando a usare la piazza del 25 Aprile come strumento per giustificare le politiche di Israele.
Riteniamo oltraggiosa, inoltre, l’accusa di odio razziale. Sostenere che la Brigata Ebraica sia stata contestata in quanto composta da ebrei è ridicolo. Il problema – come è stato sempre chiaramente detto – sono i messaggi portati, non la religione o la cultura di appartenenza. Ciò ci differenzia dalle forze politiche di destra che sostengono la Brigata ebraica, alcune delle quali con dei seri e reali problemi di antisemitismo e razzismo. Usare la scusa dell’antisemitismo per mettere a tacere le critiche all’operato israeliano – come fatto con il recente DDL Gasparri – è subdolo e controproducente perché strumentalizza un fenomeno grave e drammatico per degli interessi politici miopi e contingenti.
Del resto, qualcuno davvero pensa che se da quel palco avessero parlato Moni Ovadia o Ilan Pappè sarebbero stati contestati? Qualcuno pensa che se su quello striscione si fossero ricordati le centinaia di partigiani ebrei che hanno partecipato alla Resistenza – Curiel, Sereni, Terracini, Levi tra tutti – i manifestanti si sarebbero comportati allo stesso modo? Questo, però, non succederà mai: quelli morti in montagna durante la Resistenza sono ebrei scomodi da celebrare, perché invece che giustificare un genocidio ci ricordano il diritto dei popoli a resistere e lottare per la libertà.
Chiudiamo con una riflessione. Gli attacchi al 25 Aprile si moltiplicano. Quest’anno le tensioni hanno rappresentato una costante in tutte le maggiori piazze italiane, dagli spari contro l’ANPI a Roma – con l’attentatore che ha inizialmente dichiarato di appartenere alla Brigata Ebraica – alle tensioni a Bologna e a Milano si sta aprendo una divisione sempre più grande. Da una parte c’è chi prova ad arruolare questa data per difendere i propri piani di guerra o, addirittura, di genocidio. Noi – e la grande maggioranza di chi in quella piazza c’era – continueremo a difendere i valori della Liberazione e la praticheremo anche il prossimo 25 Aprile.
