Matria, amargi, serhildan: sono queste le tre parole cardine con cui riassumere la partecipata ed emozionante serata dedicata al Rojava che abbiamo vissuto venerdì 22 maggio al circolo ‘Il girasole’ in via Ariosto a Fidenza, grazie all’organizzazione di PaP Fidenza, Rete Kurdistan Parma, Associazione Jambo e ANPI.
Venerdì 15 maggio la sala del Circolo Aquila Longhi di Parma era gremita. Oltre un centinaio di persone hanno partecipato all’iniziativa “Ricordiamo la Nakba del popolo palestinese”, promossa dalla Comunità palestinese e dai collettivi solidali cittadini, in una serata che ha intrecciato memoria storica, attualità politica e solidarietà internazionalista. Al centro dell’incontro, il ricordo della Nakba del 1948 – la “catastrofe” che per il popolo palestinese coincide con l’espulsione di centinaia di migliaia di persone dalle proprie terre e con la nascita dello Stato di Israele – ma anche la presentazione dell’opuscolo Liberatori o colonizzatori? La Brigata ebraica tra la Seconda guerra mondiale e la pulizia etnica in Palestina, curato dalla Comunità palestinese di Parma.
Su quel piano, non ho nulla da aggiungere: mi limito alla condivisione piena. Vorrei però dedicare una riflessione al peculiare contesto politico in cui si situano i fatti in questione. In particolare, partirei dalle parole che Priamo Bocchi, consigliere comunale di Fratelli d’Italia, ha rilasciato alla “Gazzetta di Parma” (venerdì 8 maggio): “Nessuno dovrebbe sentirsi escluso da uno spazio pubblico per la propria identità o per le proprie idee”.
A prima vista, si tratta di un ragionamento condivisibile – pure troppo, forse: sembra quasi un manifesto di inclusività “woke”, infarcito di quella tolleranza da mollaccioni che certo farebbe storcere il naso allo smemorato ministro Valditara.
I reietti del Novecento hanno vinto. Le canaglie del secolo prendono posto nel tempio civile. Eccoli, in bell’ordine schierati per nome e cognome. Una lapide commemorativa è per loro, posta nella sede del potere democratico, all’ingresso del Municipio.
Una lapide immaginata a Barcellona e realizzata a Parma, che affianca altre, di secoli passati, poste a ricordo di combattenti di altre battaglie e altri sguardi. Tutte a comporre, lungo i Portici del grano, un memoriale cittadino, spesso impercettibile nei ritmi del correre frenetico del terzo millennio, eppure ancora importante nella costruzione di un’identità che ci aiuta nel caotico e impalpabile presente.
Antonio Cieri, anarchico, nato a Vasto (Abruzzo) il 10 novembre 1898, arrivò in Spagna tra i primi italiani già alla fine di luglio del 1936, poche settimane il colpo di Stati dei generali antirepubblicani. Entrò nelle fila della Sezione Italiana della Colona Ascaso, nella quale, affiancati ad una maggioranza di anarchici, si erano integrati uomini di Giustizia e Libertà, guidati da Carlo Rosselli, nonché militanti di altre formazioni politiche. La Sezione si era costituita il 13 agosto e pochi giorni dopo una prima colonna lasciava la capitale catalana per dirigersi verso il fronte di Huesca.
Ringraziando il blog Progetto Me-Ti, pubblichiamo una riflessione già uscita sul loro sito il 3 aprile scorso [ndr].
“Una delle manifestazioni più tipiche del pensiero settario […] è quella per cui si ritiene di poter fare sempre certe cose anche quando la «situazione politico-militare» è cambiata. Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo, la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido, finge di non sentire, scantona ecc.; al terzo giorno la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza, e anche lo bastona o lo denunzia. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vigliacco o un inetto ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica, deve sempre entusiasmare e trascinare, perché nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi ecc.”[1]
Una delle argomentazioni classiche che mirano a screditare qualsiasi progetto socialista non riformista nel XXI secolo è quella secondo cui il comunismo sarebbe “roba vecchia”, un’esperienza storica conclusa che sarebbe anacronistico riproporre oggi. Ancor prima di evocare tutti i suoi terribili crimini, è sufficiente collocarlo nella storia del Novecento per rimuoverlo dall’orizzonte delle alternative possibili. Questo genere di argomentazioni molto deboli e triviali ha una lunga tradizione: ciclicamente, ogni vent’anni a partire dalla fine dell’Ottocento si decretava Marx “deceduto” e il comunismo “superato” in favore di progetti più moderati ma più “realistici”. Eppure, la crisi endemica del capitalismo mondiale, la tendenza alla guerra in cui ci sta trascinando l’imperialismo e la crisi climatica globale, mettono in luce con tutta evidenza la necessità di una trasformazione radicale. Non si tratta, dunque, di una nostra tendenza ideologica precostituita, ma di una risposta ad alcune contraddizioni del modello di sviluppo capitalistico che rendono il suo superamento un’esigenza ancora attuale.
In città si discute da diversi giorni delle 21 denunce che hanno colpito alcuni dei partecipanti al corteo del 1° ottobre scorso. Quella sera, come in tante altre città, c’è stata una manifestazione spontanea contro l’assalto delle forze israeliane alla Global Sumud Flotilla, l’arresto del suo equipaggio e il sequestro di medicine e alimenti destinati alla popolazione palestinese stremata.
Alla manifestazione, che dall’Oltretorrente si è diretta prima in centro storico e poi alla stazione, si sono aggregate “più di 1500 persone” (secondo i giornalisti presenti)[1]. Un corteo pacifico ma profondamente indignato non solo per l’aggressione alla Flotilla ma anche per i due anni di bombardamenti su Gaza che hanno fatto 72 mila vittime, per la maggior parte donne e bambini. Un corteo che aveva come obiettivo quello di spingere il governo Meloni ad attivarsi per fermare il genocidio, bloccare l’invio di armi e di ogni altro supporto al governo di Netanyahu.
Per questo, dunque, dicevamo, la Procura ha denunciato 21 persone e in città si è scatenato il dibattito[2]…
Se Rodari fosse ancora vivo riscriverebbe le sue fiabe all’incontrario. Le originali aiutavano i nostri figli e nipoti a vedere il mondo da un altro punto di vista, rovesciato, a rompere gli schemi, le narrazioni dominanti e consolidate. L’incontrario era apertura al diverso, all’insolito, libero pensiero e libera fantasia, in cui ci fosse posto per tutti e tutte, belli/brutti, capaci/incapaci, poveri/ricchi bianchi/neri, normali e strani, palestinesi ed ebrei.
Oggi invece l’incontrario è il mondo visto dall’élite della civiltà e della razza più alta, delle classi resesi egemoni con la forza, con la corruzione, con l’intrigo, della religione universale (quella del rosario di Salvini e dell’omelia a Berlusconi, che era “…un uomo amante della vita”!!!), della famiglia naturale (pedofili e stupratori, ma pur sempre con una regolare famiglia).
Gran clamore per un’inchiesta che sembra tutto fuorché un’inchiesta.
Il Procuratore capo di Parma, Alfonso D’Avino, dopo essere uscito scornato solo pochi mesi fa da un processo in cui pretendeva di “fare giurisprudenza” sulla mia pellaccia inventandosi il fanta reato di detenzione e spaccio di una droga che non droga (e quindi non è droga), solo perché era tanta, e volendomi negare le attenuanti perché ho attaccato un adesivo su un palo della luce in cui c’era scritto “la marijuana non fa niente, speriamo non si annoi”, si è appena inventato nuovi fantasmagorici reati.
La scorsa notte hanno profanato, in centro a Fidenza, il cippo del partigiano Renato Guatelli. Questa mattina come gruppo di azione di PaP Fidenza, oltre a portare la nostra vicinanza e solidarietà alla nipote Renata Sutti, abbiamo voluto omaggiare con un gesto simbolico la memoria del comandante “Buff” (Medaglia d’Oro al valor militare), portando un fiore al cippo posto in suo onore l’anno scorso nel cortile antistante l’ex macello comunale.