La redazione

Venerdì 15 maggio la sala del Circolo Aquila Longhi di Parma era gremita. Oltre un centinaio di persone hanno partecipato all’iniziativa “Ricordiamo la Nakba del popolo palestinese”, promossa dalla Comunità palestinese e dai collettivi solidali cittadini, in una serata che ha intrecciato memoria storica, attualità politica e solidarietà internazionalista. Al centro dell’incontro, il ricordo della Nakba del 1948 – la “catastrofe” che per il popolo palestinese coincide con l’espulsione di centinaia di migliaia di persone dalle proprie terre e con la nascita dello Stato di Israele – ma anche la presentazione dell’opuscolo Liberatori o colonizzatori? La Brigata ebraica tra la Seconda guerra mondiale e la pulizia etnica in Palestina, curato dalla Comunità palestinese di Parma.
La serata si è aperta con alcune testimonianze familiari legate all’esilio palestinese, offerte ai presenti da Bahaa Thabet e dal dottor Abder Razzaq. Racconti di fughe, separazioni e approdi forzati in Paesi lontani, tra cui l’Italia, che hanno restituito al pubblico la dimensione concreta della Nakba: non una semplice pagina di storia, ma una ferita ancora aperta, tramandata di generazione in generazione. Il clima dell’assemblea è stato partecipato e intenso, attraversato dalla convinzione condivisa che quanto accade oggi a Gaza e nei territori occupati non possa essere separato dalle origini storiche del conflitto.
È stato poi Latino Taddei, del Coordinamento cittadino per la Palestina, a entrare nel merito dell’opuscolo, ricostruendo la nascita e il ruolo della Brigata Ebraica durante la Seconda guerra mondiale e nel passaggio che condusse alla fondazione di Israele. Il suo intervento ha cercato di smontare quella che gli autori definiscono una “narrazione mitologica” costruita negli ultimi decenni attorno alla Brigata. Secondo Taddei, infatti, la questione non riguarda la negazione del contributo dato da quei soldati alla lotta contro il nazifascismo, quanto piuttosto l’uso politico contemporaneo della loro memoria.

Ripercorrendo le vicende storiche contenute nell’opuscolo, Taddei ha ricordato come la Brigata Ebraica venne costituita solo nel 1944 sotto il comando britannico, quando le sorti della guerra erano ormai indirizzate. Un reparto numericamente limitato e dalla composizione non esclusivamente ebraica, formato in parte da militanti provenienti dalle organizzazioni sioniste attive nella Palestina sotto mandato britannico. L’obiettivo dell’Agenzia ebraica, ha sostenuto il relatore, non era soltanto partecipare allo sforzo bellico contro il nazismo, ma anche costruire un nucleo militare addestrato in vista dello scontro futuro in Palestina.
Taddei ha insistito soprattutto sul contesto coloniale della Palestina degli anni Trenta e Quaranta: da una parte l’immigrazione sionista sostenuta dall’Impero britannico, dall’altra la crescente opposizione araba palestinese, culminata nella Grande rivolta del 1936-1939. In questo quadro, ha spiegato, le organizzazioni paramilitari sioniste come Haganah e Irgun maturarono l’idea che la costruzione di uno Stato ebraico avrebbe richiesto la conquista del territorio e l’espulsione della popolazione araba palestinese.
Ampio spazio è stato dedicato anche all’esperienza militare della Brigata in Italia. Secondo quanto riportato nell’opuscolo, i soldati della Brigata operarono sul fronte romagnolo soltanto nelle ultime settimane del conflitto, partecipando a pattugliamenti e scontri di portata limitata tra marzo e aprile del 1945, soprattutto nell’area tra il Senio e Riolo Terme. Una presenza che, secondo gli autori, sarebbe stata successivamente ingigantita nella memoria pubblica e nel dibattito politico italiano.
Il passaggio centrale dell’intervento di Taddei ha riguardato però il dopoguerra. Terminato il conflitto, molti ex appartenenti alla Brigata Ebraica si dedicarono al trasferimento dei sopravvissuti ebrei europei verso la Palestina e alla raccolta di armi e mezzi militari. Secondo la ricostruzione proposta durante la serata, numerosi ex soldati della Brigata avrebbero poi assunto ruoli di primo piano nelle operazioni militari del 1948 che portarono alla nascita di Israele e alla contemporanea espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi.
Nel suo intervento Taddei ha citato figure come Mordechai Maklef e Haim Laskov, destinati a diventare dirigenti militari israeliani, collegando la loro esperienza nella Brigata Ebraica alle successive operazioni armate contro i villaggi palestinesi durante la Nakba. Il cuore della tesi esposta è che l’addestramento ricevuto sotto comando britannico avrebbe costituito un elemento importante nella costruzione dell’apparato militare israeliano e nelle operazioni che gli autori definiscono di “pulizia etnica”.
La seconda parte della presentazione è stata affidata ad Andrea Bui, di Potere al popolo, che ha concentrato il proprio intervento soprattutto sull’uso pubblico e politico della Brigata Ebraica in Italia negli ultimi vent’anni. Bui ha ricostruito la comparsa delle bandiere della Brigata nei cortei del 25 aprile, a partire da Milano nel 2004, interpretandola come una precisa operazione culturale e politica volta a legittimare le politiche dello Stato israeliano all’interno delle celebrazioni della Liberazione.
Secondo Bui, la memoria della Brigata Ebraica sarebbe stata progressivamente trasformata in uno strumento per delegittimare la solidarietà con la Palestina e marginalizzare le voci critiche verso Israele. Nel suo intervento ha contestato in particolare lo slogan “Anche loro 5000 sionisti liberarono l’Italia”, definendolo storicamente scorretto sia sul piano numerico sia su quello politico. L’idea di una Brigata composta interamente da militanti sionisti convinti, ha sostenuto, non corrisponderebbe infatti alla realtà storica ricostruita da diversi studiosi.

Bui ha affrontato anche il tema, spesso presente nelle polemiche del 25 aprile, del rapporto tra il nazismo e il Gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini. Citando studi e ricerche recenti, il relatore ha sostenuto che attribuire ai palestinesi nel loro complesso una responsabilità politica per le posizioni del Muftì rappresenti una manipolazione storica funzionale a dipingere il popolo palestinese come estraneo alla tradizione antifascista.
Nel corso dell’incontro è stato ricordato come anche migliaia di palestinesi combatterono nell’esercito britannico durante la guerra e come nella società palestinese dell’epoca fossero presenti orientamenti politici differenti, compresi settori apertamente antifascisti. Per Bui, la semplificazione che equipara palestinesi e nazifascismo servirebbe soprattutto a giustificare l’esclusione delle bandiere palestinesi dalle manifestazioni antifasciste e a presentare ogni critica verso Israele come forma di antisemitismo.
L’intervento finale ha collegato direttamente la discussione storica alla situazione contemporanea. Più volte dal pubblico sono stati evocati Gaza, i bombardamenti israeliani, la repressione delle proteste e le denunce arrivate negli ultimi mesi contro attivisti e manifestanti solidali con la Palestina. L’iniziativa del Circolo Aquila Longhi è stata infatti anche un momento di solidarietà verso i 39 denunciati delle mobilitazioni di Parma dello scorso anno, in un clima segnato dalla crescente tensione politica attorno al tema palestinese.
A emergere dalla serata è stata soprattutto la volontà di contendere il terreno della memoria storica. Per i promotori dell’iniziativa, la battaglia attorno alla Brigata Ebraica non riguarda soltanto il passato, ma il modo in cui il passato viene utilizzato nel presente per costruire consenso politico. Da qui la scelta di pubblicare un opuscolo che, pur assumendo un punto di vista esplicitamente schierato, prova a intrecciare ricerca storica, critica del colonialismo e attualità. Tra gli applausi finali e le discussioni proseguite fuori dalla sala, l’assemblea di Parma ha mostrato ancora una volta quanto il tema della Palestina continui a mobilitare pezzi di società civile, collettivi, associazioni e realtà politiche. E quanto, a quasi ottant’anni dalla Nakba, il conflitto sulla memoria resti profondamente intrecciato con quello sul presente.
