Matria, amargi, serhildan. Tre parole per il Rojava a Fidenza

di Marco Romeo*

Matria, amargi, serhildan: sono queste le tre parole cardine con cui riassumere la partecipata ed emozionante serata dedicata al Rojava che abbiamo vissuto venerdì 22 maggio al circolo ‘Il girasole’ in via Ariosto a Fidenza, grazie all’organizzazione di PaP Fidenza, Rete Kurdistan Parma, Associazione Jambo e ANPI.

Matria, magnifica e riuscita crasi fra le parole ‘madre’ e ‘patria’, come il titolo del bellissimo libro di poesie che Hisam Allawi, scrittore originario di Qamishlo nel Kurdistan Siriano, ha presentato durante la serata, deliziando la platea con la lettura sia nella versione in lingua araba che italiana di quattro suoi pezzi tratti dall’ultima sua raccolta. Parole che non solo hanno fatto da cornice al vivido racconto di Amelia, internazionalista italiana intervenuta in diretta in collegamento dal Rojava per raccontarne il presente, ma hanno avuto la capacità di trasportare il pubblico in terre lontane e da troppo tempo teatro di lotte che, ahinoi, ultimamente sembrano cadute nell’oblio di un mondo occidentale sempre più distratto, incattivito e chiuso in un cieco individualismo. Madre e patria, termini universali e intimi, entrambi trasudanti ricordi e rimpianti che ci si porta addosso nonostante le distanze: Hisam venerdì ci ha parlato di radici e di esperienze personali, di una terra martoriata da guerre e distruzione ma imbevuta di amore e legami. Le parole di Hisam hanno la magia di narrare concetti universali partendo da un vissuto intimo e venerdì hanno avuto la capacità di trasmetterci lo spirito fiero che anima il popolo curdo, affamato di vita, che per anni ha rappresentato un “cattivo esempio”, non solo per l’oscurantismo delle nazioni rette sul principio della shari’a ma anche per il sistema patriarcale del mondo capitalista occidentale.

Amargi, come la parola sumera coniata per indicare la libertà e composta da due simboli “ritorno” e “madre” a simboleggiare il ritorno alla madre e più in generale al femminile all’assenza di dominio, violenza e guerra, dato che si deve al patriarcato la nascita delle prime classi sociali e delle gerarchie di potere. Lo sciamano, il guerriero e il capo tribù: volti delle istituzioni religiose, militari e politiche introdotte dal sistema dominante maschile. Con questa parola, Amargi, ci sembra di poter riassumere nel miglior modo possibile il toccante racconto del presente del Rojava dipinto da Amelia dell’Accademia Jineologj. Un presente che vede il Kurdistan siriano abbandonato improvvisamente dagli alleati della lotta all’ISIS (infidi americani su tutti) e costretto in solitudine a difficili trattative con il fu jihadista Al Jolani di Al-Nusra, ora leader siriano riconosciuto e ricevuto anche a Washington Al-Shara’, pronto a sottomettere alla dottrina jihadista donne oggi abituate a vivere da protagoniste la vita politica, sociale e militare e a condividere i ruoli di potere con un omologo maschile in perfetto equilibrio. Un modello di emancipazione femminile notevole non solo nel contesto dell’Asia occidentale, tenendo conto che il capitalismo affonda le sue radici all’interno della famiglia con l’istituzione del matrimonio e che è nel positivismo bianco, maschile, borghese e nei rapporti familiari, appunto, che si realizza la primitiva appropriazione del capitale a scapito delle donne: l’imposizione del ruolo riproduttivo, quello di cura e il controllo della sessualità, l’annullamento della partecipazione femminile alla cosa comune, tutte situazioni presenti nelle magnifiche sorti e progressive delle moderne nazioni occidentali. Contro tutto questo si batte l’Accademia Jineologj, grazie a studio, ricerca e autocritica. L’Accademia è protagonista di un lavoro quotidiano indefesso che ha portato anni fa, proprio in Rojava, alla creazione delle prime forme assembleari solo femminili, alla base della liberazione dai vincoli sociali imposti da comunità restie al ritorno delle donne al cuore dello sviluppo politico, economico e sociale. Jineologj che non rappresenta solo un’istituzione accademica ma che si configura come una vera e propria scienza con l’obiettivo di rivoluzionare lo studio della storia, dell’economia, della politica secondo criteri nuovi, plurali, femminili. Perché come dice l’etimologia della parola ‘amargi’ è con il ritorno al femminile che si può aspirare ad una società equa, fondata sulla comune partecipazione alla collettività e al suo sviluppo, nel rispetto delle differenze e della natura ed è tutto questo che è in ballo oggi nelle difficili trattative di pace fra i rappresentati Curdi e Al Shara’.

Serhildan, come ‘elevazione’ o ‘ribellione’ dato che l’etimologia rimanda a due parole: ser che significa testa e hildan che significa alzare. Concetto che abbiamo percepito dalle parole appassionate di Serkan Xozatli di Rete Kurdistan Parma che ha invitato tutti a riportare la nostra attenzione sulla lotta del popolo curdo, impegnato a non perdere le conquiste acquisite grazie al Confederalismo Democratico, concetto teorizzato dal fondatore del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Abdullah Öcalan che rifiutava l’autoritarismo, il militarismo, le ingerenze dell’autorità religiosa. Quello che è in ballo oggi in Siria è l’abolizione della Carta del Rojava, una costituzione provvisoria che faceva del Kurdistan Occidentale (Rojava significa occidente) una regione organizzata come un’unione di assemblee popolari confederate, che rappresentavano le comunità di curdi siriani e le minoranze etniche, linguistiche e religiose. L’intento della Carta era quello di creare una democrazia dal basso: piccole assemblee cittadine aperte a tutti, sul modello delle comuni, dove ogni incarico pubblico era assegnato sempre a due rappresentanti: un uomo e una donna, con il ruolo di co-presidenti. La cancellazione di questo esperimento sociale sarebbe una sconfitta per tutti, non solo per il fiero popolo curdo: la difesa di un programma tanto ambizioso dovrebbe essere primario, oltre che stella polare, per il cammino di riscatto e liberazione di tutti i popoli.

Un’ultima e importante parola: spas… ovvero grazie in curdo. Prima dell’incontro è stato offerto un aperitivo a base di cibo curdo e, con il contributo delle offerte libere dei partecipanti, si sono raccolti 120 € poi inviati alla Mezzaluna Rossa per finanziare progetti in Rojava, ecco il motivo di questo doveroso e sentito ringraziamento da parte degli organizzatori della serata.

* Potere al popolo