di Cristina Quintavalla

Le violenze e le molestie subite da giovani attrici impegnate in un importante Teatro cittadino, alla luce della spessa e ampia rete di complicità, connivenze, coperture, di cui ha goduto l’abusante, appaiono ancora più odiose. Non è certo una prassi inconsueta, avendo costituito negli anni il brodo di coltura in cui spesso si sono incistati la solitudine e il senso di disorientamento della vittima di abusi.
Le coperture di cui gli abusanti hanno sempre beneficiato hanno formato in un certo senso l’opinione pubblica, sulla scorta di un’immagine di “naturalizzazione” di iniqui rapporti interpersonali consolidati. La vittima spesso, guardandosi attorno, fatica a valutare la gravità di quello che le è accaduto, perché non riesce a riconoscere la sua sofferenza negli altri, non trova spesso in chi le sta attorno un riconoscimento. “Tutti lo sapevano” ma lo trovavano in qualche modo compatibile con l’eccezionalità e l’eccentricità propri del mondo dello spettacolo.
Il potere non è un’essenza che esiste in se stessa, ma è una relazione.
La naturalizzazione e la conseguente normalizzazione di relazioni sperequate attecchiscono in un contesto in cui la vittima e il carnefice si trovano su due piani diversi di potere.
L’inferiorizzazione di una persona, specie se donna, nel suo ambiente di lavoro, e soprattutto nella sua fase iniziale, è direttamente proporzionale al potere di valutazione, di gerarchizzazione, di esclusione, di decisione sulla sua vita, legata all’esercizio del potere accordato e naturalmente riconosciuto a qualcuno. “È fatto così..”, “È un mandrillo….”, “Gli piacciono troppo le donne…” sono alcuni dei più odiosi luoghi comuni che ripropongono omologanti comportamenti, fondati sulla acquiescenza, sulla passiva e remissiva accettazione delle gerarchie sociali.
L’arbitrarietà dell’esercizio del potere da parte di un soggetto di dominio è strettamente legata al riconoscimento del suo “diritto” al dominio, alla posizione gerarchica occupata, erroneamente legata al successo conseguito, alla presunta capacità di conseguire risultati di un qualche valore. Qui alligna la violenza, quella sessuale soprattutto, nelle multiformi e subdole espressioni che può assumere, e rappresenta la maniera in cui viene esercitata la presa sulla vita delle persone.
Il mondo dello spettacolo è solo la punta di un iceberg, ancora drammaticamente sommerso, che riguarda larghissima parte dei rapporti di lavoro, in cui la condizione di precarietà, di mancanza di diritti certi, di tutele, espongono in modo particolare le donne, soprattutto giovani, ma non solo, alla ricattabilità del datore di lavoro, dei quadri dirigenti, dei reclutatori di manodopera a basso costo e bassa tutela.
Si tratta di forme inaccettabili di appropriazione fisica dei corpi delle donne, resi più fragili e vulnerabili a causa della condizione di inferiorizzazione e ricattabilità a cui sono sottoposti, su cui bavosi e vili individui fallocratici pretendono di esercitare il loro predominio.
“L’appropriazione fisica deriva da un rapporto sociale in cui ad essere accaparrata è la stessa unità materiale che produce forza-lavoro, e non la sola forza- lavoro […] è una relazione da proprietario a oggetto[…] non è una relazione simbolica, ma un relazione concreta… In questo rapporto i soggetti appropriati sono cose. Il lato ideologico-discorsivo afferma che i soggetti dominati appropriati sono oggetti naturali» (C. Guillaumin, Sesso, classe e pratica del potere, 2024, pp. 70-71).
Quante donne potrebbero raccontare storie di violenze subite, di minacce ricevute, di ricatto, strettamente connesso con la ricerca di un posto di lavoro, con la sua conservazione, con la condizione di precarietà esistenziale e famigliare? Quante di esse sono addette, guarda caso, alle forme di riproduzione della vita – pulizia, cura, mense, servizi ecc.- nei luoghi in cui esse sono sotto-pagate, sotto-tutelate, sotto-rappresentate? Questa è una questione cruciale, matrice di abusi di ogni genere, che non può più essere ignorata.
Perché queste donne sono sole? Non tutelate sindacalmente? Non affiancate dai tanti soggetti che sono parte integrante del carattere sociale del loro lavoro? Perché la presenza sindacale e/o politica sui luoghi di lavoro non è sufficiente a tutelare le donne che possono essere vittima di ricatto e dunque di abusi? Oppure perché non c’è una presenza sindacale e/o politica? Chiamiamoci dunque a raccolta, chiediamoci cosa non ha funzionato e analizziamo quale parte di responsabilità abbiamo, perché certo c’è chi ha commesso la violenza, c’è chi l’ha coperta, ma c’è anche chi ha lasciato che le relazioni di potere sperequate e inique tali restassero.
