10 mila persone al corteo del 25 aprile a Parma contro la guerra, l’imperialismo e il riarmo

da Comunità palestinese di Parma e solidali

Il 25 aprile più di 10.000 persone sono scese in piazza nella nostra città per ricordare la lotta di Liberazione e gli ideali di giustizia, pace e libertà che l’hanno animata, oltre al sacrificio individuale di chi ne ha fatto parte, mettendo da parte le proprie comodità per lottare contro il fascismo e la sua visione del mondo becera, razzista ed escludente.

Una marea umana, determinata e coesa, che in maniera del tutto coerente, ancora una volta, ha ribadito la propria contrarietà alle politiche del governo Meloni, che intendono soffocare la società e i suoi desideri attraverso politiche fortemente autoritarie e reazionarie e la repressione del dissenso, comunque esso si manifesti.

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Quelli che i 21 denunciati… “criminali”, “inopportuni”, “imprudenti”

La redazione

In città si discute da diversi giorni delle 21 denunce che hanno colpito alcuni dei partecipanti al corteo del 1° ottobre scorso. Quella sera, come in tante altre città, c’è stata una manifestazione spontanea contro l’assalto delle forze israeliane alla Global Sumud Flotilla, l’arresto del suo equipaggio e il sequestro di medicine e alimenti destinati alla popolazione palestinese stremata.

Alla manifestazione, che dall’Oltretorrente si è diretta prima in centro storico e poi alla stazione, si sono aggregate “più di 1500 persone” (secondo i giornalisti presenti)[1]. Un corteo pacifico ma profondamente indignato non solo per l’aggressione alla Flotilla ma anche per i due anni di bombardamenti su Gaza che hanno fatto 72 mila vittime, per la maggior parte donne e bambini. Un corteo che aveva come obiettivo quello di spingere il governo Meloni ad attivarsi per fermare il genocidio, bloccare l’invio di armi e di ogni altro supporto al governo di Netanyahu.

Per questo, dunque, dicevamo, la Procura ha denunciato 21 persone e in città si è scatenato il dibattito[2]

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Il crimine di solidarietà

di Cristina Quintavalla

Se Rodari fosse ancora vivo riscriverebbe le sue fiabe all’incontrario. Le originali aiutavano i nostri figli e nipoti a vedere il mondo da un altro punto di vista, rovesciato, a rompere gli schemi, le narrazioni dominanti e consolidate. L’incontrario era apertura al diverso, all’insolito, libero pensiero e libera fantasia, in cui ci fosse posto per tutti e tutte, belli/brutti, capaci/incapaci, poveri/ricchi bianchi/neri, normali e strani, palestinesi ed ebrei.  

Oggi invece l’incontrario è il mondo visto dall’élite della civiltà e della razza più alta, delle classi resesi egemoni con la forza, con la corruzione, con l’intrigo, della religione universale (quella del rosario di Salvini e dell’omelia a Berlusconi, che era “…un uomo amante della vita”!!!), della famiglia naturale (pedofili e stupratori, ma pur sempre con una regolare famiglia).

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No alla fiera delle armi! Una manifestazione a Parma il 28 marzo

di Potere al popolo Parma

In pochi ormai si ostinano a credere alle guerre che esportano la democrazia, Trump lo ha detto chiaramente, in Venezuela e in Iran per il petrolio. Non è certo una novità ma il fatto che non si senta nemmeno più il bisogno di giustificare in un qualche modo l’uso della forza, significa che siamo in un momento in cui la legge del più forte sostituisce la giustizia. Siamo in guerra per permettere l’arricchimento di un pugno di magnati e delle reti clientelari che li sostengono, ci mettono in bella mostra nemici mostruosi, dittatori sanguinari, terroristi, per indurre paura e convincerci che occorre spendere i soldi in armamenti invece che in sanità e scuola.

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Fanta reati per treni ritardati

di Luca Marola

Gran clamore per un’inchiesta che sembra tutto fuorché un’inchiesta.

Il Procuratore capo di Parma, Alfonso D’Avino, dopo essere uscito scornato solo pochi mesi fa da un processo in cui pretendeva di “fare giurisprudenza” sulla mia pellaccia inventandosi il fanta reato di detenzione e spaccio di una droga che non droga (e quindi non è droga), solo perché era tanta, e volendomi negare le attenuanti perché ho attaccato un adesivo su un palo della luce in cui c’era scritto “la marijuana non fa niente, speriamo non si annoi”, si è appena inventato nuovi fantasmagorici reati.

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L’8 Marzo non è una festa, bensì un grido di rivolta

di  Casa delle Donne, Centro Antiviolenza, Ciac, Festina Lente, Il Post, La Paz antirazzista, Maschi che si immischiano, L’ottavo colore, Scum, Tuttimondi, Udu, Usb-Confederazione di Parma, Vagamonde, W4W e ZonaFranca

Quest’anno scendiamo in piazza a Parma per gridare il nostro dissenso.

“Dissentiamo dalla norma” non è solo uno slogan, ma una presa di posizione decisa e netta contro un sistema che tenta di disciplinare i nostri corpi, le nostre identità e le nostre vite. Il nostro dissenso nasce dalla consapevolezza che la “norma” attuale è fatta di oppressione e marginalizzazione.

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Andrea Marvasi: l’avvocato dalla parte dei “pellerossa”

da Compagni e compagne di Parma

Andrea Marvasi (Parma, 2013).

Con la scomparsa di Andrea Marvasi, il Foro di Parma e la città intera perdono non solo un penalista di raro acume, ma un baluardo di civiltà e un instancabile difensore dei diritti. Andrea non ha mai inteso la professione forense come un semplice esercizio tecnico, ma come una missione civile dedicata, per vocazione e spirito, alla causa degli ultimi, di coloro che non si sono arresi e non si arrendono allo stato attuale delle cose, all’ingiustizia, alla disparità assunta come sistema sociale.

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A Parma ci sono alternative: città di nuove alleanze. Il 17 febbraio “The Cost of Growth” all’Astra di Parma

di Nicola Cavallotti

Ripubblichiamo questo articolo già uscito su puntoevirgola.online [ndr].

Uno dei leitmotiv più in voga nella società contemporanea riprende la massima thatcheriana “There Is No Alternative”, quella postura nella quale accettiamo, di fatto, la crescita economica come unica via per lo sviluppo della società umana. Quello slogan, utilizzato più volte dalla Premier inglese negli anni ’80 (ma ampiamente ripreso da altri capi di Stato, si pensi al “Es gibt keine Alternative” della CDU, nella Germania di metà anni ’90) non solo sanciva il passaggio dello Stato dal suo ruolo di regolatore a quello di garante degli interessi privati e del mercato, era soprattutto un manifesto programmatico del progetto neoliberista: non sarebbe potuto esistere un modello alternativo alla società neoliberale, quindi alla crescita infinita. Quella tesi si inseriva in una strategia multilivello, a quel punto già decennale, che prevedeva di limitare progressivamente l’intervento pubblico, in favore del libero mercato, promuovendo la concorrenza, la deregolamentazione e la riduzione della spesa pubblica per i servizi sociali. Ma quelle quattro parole ebbero la forza di codificare il messaggio in un imperativo che non lasciava margine, ostruiva immaginazioni altre, assumeva il governo dell’inconscio collettivo.

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I fan di Vannacci si incontrano a Parma per parlare di Remigrazione, la nuova panacea neofascista

di Potere al popolo Parma

Sono vent’anni almeno che per non parlare dei problemi sociali che si aggravano sempre più, si parla di scontri di civiltà, “difesa della nostra cultura” contro non meglio precisati attacchi che si perdono nelle nebbie del complottismo o vere e proprie bufale, tipo il Piano Kalergi. Tutti i governi che si sono succeduti nel nuovo millennio hanno puntato su un sistema economico che affermava che l’unico modo per stare bene era permettere a un pugno di uomini di arricchirsi senza limiti, a qualunque costo, gettando al vento la scuola e la sanità pubblica, cancellando i diritti sul lavoro perché non ci rendevano competitivi.

Mentre la nostra vita peggiorava, l’unico problema trattato era quello della sicurezza associato all’immigrazione. Prima erano i meridionali, poi gli albanesi, i rumeni e oggi gli islamici e gli africani. La scuola non funziona “perché ce ne sono troppi”, gli ospedali non funzionano “perché curano solo loro”, le nostre città fanno schifo “perché ci sono loro”. È un “loro” indefinito, vago, non sono nemmeno persone reali, incontrate, sono persone raccontate sulle tv, sui social, notizie di cronaca commentate e strumentalizzate da politici che comprensibilmente preferiscono indicarci un capro espiatorio, piuttosto che spiegarci come intendano risolvere i problemi.

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