di Andrea Bui

Il 4 agosto la Regione Emilia-Romagna ha annunciato con soddisfazione il progetto del nuovo stabilimento Ferrarini a Masone, nel Reggiano: quasi 100 milioni di euro di investimento, 145 posti di lavoro salvaguardati, un impianto tecnologicamente avanzato costruito recuperando un’area industriale dismessa. Il nuovo sito dovrebbe portare gli occupati a circa 159 e la capacità produttiva fino a 18 mila tonnellate l’anno, con l’obiettivo dichiarato di aumentare fatturato ed esportazioni verso Europa e Nord America. Poi Il Fatto Quotidiano ha aggiunto alla storia un dettaglio importante: Ferrarini Lab, società controllata dal gruppo Pini, ha chiesto al ministero delle Imprese 23,2 milioni di agevolazioni sui 99,9 milioni complessivi dell’investimento.
I soldi, va precisato, non risultano ancora definitivamente concessi. Ma Thomas Mackinson ricorda anche che nella proposta presentata durante il concordato il gruppo Pini si era impegnato a sostenere i costi del nuovo stabilimento, che sarebbe rimasto di proprietà del gruppo. La domanda viene quasi spontanea: perché oggi un quarto di quell’investimento dovrebbe essere sostenuto dalla collettività?
Non è una domanda nuova. Nel 2021, sulle pagine di Voladora, provammo a ricostruire il concordato Ferrarini in un’inchiesta intitolata La coscienza sporca delle eccellenze. Partimmo dai debiti dell’azienda e dalle controverse vicende finanziarie che ne avevano provocato la crisi, ma rapidamente ci accorgemmo che la storia conduceva molto più lontano: cooperative spurie, appalti di manodopera, concentrazione dei macelli, allevamenti intensivi, pressione ambientale.
A distanza di cinque anni alcune cose di quella ricostruzione sono cambiate. La Commissione europea, per esempio, ha stabilito che l’intervento di AMCO nel concordato Ferrarini non costituiva un aiuto di Stato. Ma la domanda fondamentale dell’inchiesta è rimasta intatta: chi sostiene i costi delle trasformazioni di questa industria e chi ne raccoglie i benefici?
La vicenda Ferrarini è interessante proprio perché racconta una trasformazione più generale.
Nel 2012 Lisa Ferrarini, allora presidente di Assica, si oppose duramente al progetto con cui Pini voleva costruire a Manerbio un gigantesco macello. Sosteneva che un impianto di quelle dimensioni avrebbe messo fuori mercato altri macelli e sconvolto l’equilibrio della filiera. Quel macello non venne costruito. Pini realizzò poi in Spagna, a Binéfar, uno dei maggiori impianti europei. Pochi anni dopo, quando la crisi finanziaria tolse a Ferrarini la possibilità di restare autonoma, proprio Pini diventò il suo “cavaliere bianco” e infine ne assunse il controllo. Non c’è bisogno di ipotizzare complotti. Basta osservare il processo economico: una crisi finanziaria ha accelerato una concentrazione industriale che era già in corso.
Chi controlla grandi volumi di macellazione, dispone di capitale, acquista materia prima su scala internazionale e può attendere per anni l’esito di un concordato si trova in una posizione enormemente più forte rispetto a un produttore indipendente.
E oggi Ferrarini è parte di una filiera Pini verticalmente integrata che va dalla macellazione alla trasformazione e alla commercializzazione. È qui che la storia di Ferrarini incontra naturalmente quella del Prosciutto di Parma. Non perché il nuovo stabilimento di Masone sia una fabbrica di Parma DOP: vi si produrranno soprattutto prosciutti cotti, arrosti, bacon, affettati e altre preparazioni, mentre Ferrarini stagiona il Parma a Lesignano de’ Bagni. Il punto è un altro: dentro lo stesso gruppo convivono ormai due logiche apparentemente opposte dell’agroalimentare.
Da una parte abbiamo la grande industria integrata, capace di lavorare enormi volumi, presente in diversi paesi europei e orientata alla crescita delle esportazioni. Dall’altra abbiamo una DOP il cui valore economico nasce precisamente dall’opposto: territorio, origine della materia prima, disciplinare, tempi lunghi di stagionatura, irripetibilità. Ma cosa succede a un prodotto territoriale quando entra dentro un sistema industriale sempre più concentrato e sottoposto alla necessità di crescere continuamente? È una tensione che attraversa l’intera Food Valley.
Negli ultimi decenni il numero degli allevamenti suinicoli emiliano-romagnoli è crollato molto più velocemente del numero dei maiali. Nel 2020 più di due terzi dei suini regionali risultavano concentrati in appena 81 aziende con oltre 3.000 capi. Meno aziende, dunque, ma mediamente molto più grandi. La stessa concentrazione avviene nella trasformazione. E restringendosi il numero dei soggetti economici si restringe anche la base sociale attraverso cui viene distribuita la ricchezza prodotta dalla filiera.
C’è poi il lavoro.
Tra il 2018 e il 2023 il valore aggiunto per addetto dell’industria alimentare italiana è cresciuto molto più rapidamente del costo del lavoro per occupato. È un indizio importante: la crescita della ricchezza prodotta non si è tradotta in un aumento equivalente della remunerazione del lavoro. Ma probabilmente questo dato racconta soltanto una parte della storia, perché dentro molti stabilimenti alimentari lavorano persone che statisticamente non appartengono all’industria alimentare. I lavoratori somministrati risultano dipendenti dell’agenzia che li assume, non dell’azienda nella quale materialmente lavorano. E chi lavora attraverso un appalto appartiene all’impresa appaltatrice, anche quando svolge quotidianamente una fase del ciclo produttivo dentro un salumificio.
È quindi possibile che le statistiche salariali dell’industria alimentare sottostimino la distanza effettiva tra il valore prodotto negli stabilimenti e la remunerazione complessiva delle persone che concorrono a produrlo.
Nel 2023 FLAI e CGIL Emilia-Romagna hanno reso pubblici accordi che coinvolgevano complessivamente circa 600 lavoratori in appalto nel settore alimentare. In alcuni casi veniva applicato il CCNL Multiservizi, in altri quello della Logistica. Gli accordi hanno imposto il passaggio al contratto dell’Industria Alimentare oppure l’internalizzazione. A Parma è accaduto alla Fontana, nel reparto affettamento, e alla Tino Prosciutti, nel disosso.
Una testimonianza raccolta dalla FLAI proprio nel settore delle carni parmense descrive con grande semplicità il meccanismo: persone che lavorano nello stesso reparto, svolgono sostanzialmente le stesse mansioni, ma hanno salari, diritti, turni e trattamenti di secondo livello diversi. Ed è proprio a Parma che questa differenza pesa particolarmente. Il contratto provinciale delle Conserve Animali e Prosciuttifici, costruito in decenni di contrattazione, riguarda oltre 3.000 lavoratori ed è uno dei punti di forza del sistema locale di relazioni industriali.
La questione, quindi, non è soltanto quanto guadagna un alimentarista parmense, ma anche e soprattutto quanti dei lavoratori che producono materialmente l’eccellenza riescono ancora ad essere alimentaristi.
Perché si può perfino migliorare il CCNL e contemporaneamente comprimere il costo medio del lavoro utilizzato nello stabilimento se una parte crescente delle lavorazioni viene affidata a soggetti che applicano contratti meno favorevoli. È una forma di redistribuzione della ricchezza molto meno visibile di un taglio salariale: il salario del dipendente diretto non diminuisce necessariamente, ma diminuisce la quota di lavoratori che riescono ad accedere a quel salario. Questo è uno dei punti sui quali sarebbe necessario costruire finalmente dati pubblici: quanti sono i dipendenti diretti, quanti i somministrati e quanti i lavoratori in appalto negli stabilimenti agroalimentari della provincia di Parma? Quali contratti vengono applicati? Quanto vale il differenziale retributivo a parità di lavoro?
Oggi quei numeri, sorprendentemente, non sono disponibili, soprattutto perché sarebbe essenziale conoscerli quando entra in gioco il denaro pubblico.
Il nuovo stabilimento Ferrarini dovrebbe passare da circa 145 a 159 addetti, mentre la capacità produttiva arriverà a circa 18 mila tonnellate l’anno. Non c’è nulla di scandaloso in sé nell’aumento della produttività, ma se la collettività deve contribuire con oltre 23 milioni di euro, il numero dei posti di lavoro non può essere l’unico indicatore, bisogna chiedersi che lavori saranno. Dipendenti diretti o appalti? Con quale contratto? Con quale salario? Quale quota delle lavorazioni verrà esternalizzata? Quali garanzie verranno date nel tempo? Se il denaro pubblico riduce il rischio dell’investimento privato, deve aumentare anche il potere pubblico di porre condizioni. E lo stesso discorso vale per l’ambiente. La concentrazione della produzione zootecnica aumenta la pressione su un territorio già fragile: reflui, nitrati, ammoniaca, consumo di acqua, produzione dei mangimi, energia. A tutto questo si aggiunge ormai il cambiamento climatico. Temperature più elevate significano maggior fabbisogno idrico, stress termico per gli animali, maggiore necessità di raffrescamento degli impianti e maggiore instabilità delle produzioni agricole. Il nuovo stabilimento Ferrarini sarà tecnologicamente molto più efficiente del vecchio: fotovoltaico, trigenerazione, recupero del calore, impianti frigoriferi moderni, tutti investimenti utili, senza dubbio, ma efficienza e sostenibilità non sono sinonimi.
Se diminuisce l’impatto ambientale di ogni tonnellata prodotta ma contemporaneamente aumentano molto le tonnellate complessive, il risultato finale può essere comunque un aumento della pressione sull’ecosistema. Ecco allora il paradosso dell’“eccellenza”: il Prosciutto di Parma trae il proprio valore dall’essere un prodotto non riproducibile ovunque e comunque. Eppure vive dentro un sistema economico che continua a chiedergli di aumentare produttività, volumi e mercati. Forse il futuro del nostro settore agroalimentare dovrebbe cominciare proprio dal mettere in discussione l’imperativo della crescita infinita e concentrarsi sul valore sociale e ambientale delle produzioni.
Meno concentrazione animale in territori già saturi, maggiore valore aggiunto per unità prodotta, più reddito agli allevatori, salari più alti e uguali contratti per chi svolge lo stesso lavoro, eliminazione progresssiva degli appalti utilizzati esclusivamente per comprimere il costo della manodopera. Investimenti ambientali che riducano gli impatti complessivi della filiera, non soltanto quelli per tonnellata. Quei i 23 milioni chiesti da Ferrarini , quindi, smettono di essere una semplice questione contabile. Intendiamoci, spendere denaro pubblico nell’agroalimentare può avere perfettamente senso perché si tratta di una parte fondamentale dell’economia emiliana, possiede competenze, infrastrutture e conoscenze che sarebbe assurdo disperdere. Ma il denaro pubblico dovrebbe servire a cambiare la traiettoria dell’industria, non semplicemente a renderla più grande. Occorre pensare ad un adattamento climatico urgente e alla redistribuzione della ricchezza prodotta. Se finanziamo con soldi pubblici l’innovazione, dovremmo poter pretendere occupazione stabile, applicazione del contratto alimentare alle lavorazioni del ciclo produttivo, fine del sistema degli appalti, riduzione misurabile degli impatti ambientali e restituzione degli incentivi quando gli impegni non vengono rispettati. Altrimenti rischiamo di socializzare il costo della concentrazione e privatizzarne i benefici.
Nel 2021 concludevamo La coscienza sporca delle eccellenze sostenendo che le crisi industriali avrebbero dovuto diventare l’occasione per mettere insieme intervento pubblico, tutela del lavoro e transizione ecologica, cinque anni dopo ci troviamo davanti a una richiesta da 23 milioni di denaro pubblico per “salvare” Ferrarini. Macosa vogliamo salvare insieme a Ferrarini? Una capacità produttiva sempre più grande, inserita in una filiera sempre più concentrata?
Oppure un settore economico capace di produrre qualità, redistribuire ricchezza e trovare un equilibrio con l’ecosistema? È su questa scelta che avrebbe senso spendere denaro pubblico.
