Una statua che non è mai stata ferma. A settant’anni dall’inaugurazione del monumento al Partigiano

di William Gambetta

Il 30 giugno 1956, in un’assolata giornata d’inizio estate, veniva inaugurato a Parma il monumento al Partigiano. Davanti a decine di migliaia di persone, alle massime autorità dello Stato (tra cui il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi) e delle istituzioni comunali e provinciali, ai reparti delle forze armate schierati, ai gonfaloni dei comuni decorati e alle bandiere delle brigate partigiane, si celebrava la Resistenza quale momento fondativo della nuova Italia democratica.

La proposta per la costruzione a Parma del monumento fu avanzata dalle associazioni partigiane nell’aprile 1951. Accanto a un comitato esecutivo, presieduto da Piero Campanini (ultimo presidente del Comitato di liberazione nazionale della provincia), fu costituito un comitato d’onore al quale aderirono le massime autorità della Repubblica (tra cui Luigi Einaudi, Enrico De Nicola, Giovanni Gronchi e Alcide De Gasperi), oltre naturalmente alle più importanti cariche pubbliche della città. Tra gli animatori del progetto vi erano il sindaco della città Giacomo Ferrari (ex comandante unico delle formazioni partigiane della provincia, con il nome di battaglia di “Arta”) e il presidente dell’amministrazione provinciale Primo Savani, entrambi dirigenti del Partito comunista e tra i massimi esponenti dell’antifascismo parmense.

Inaugurazione del monumento al Partigiano di Parma, 30 giugno 1956 (Archivio ISREC Parma).

Nelle intenzioni dei promotori, la costruzione del monumento non doveva essere un atto d’imperio, calato dall’alto, ma un percorso che necessitava del coinvolgimento di ampi settori della società civile: ogni comune della provincia, dunque, fu impegnato a versare un contributo finanziario, così come le associazioni antifasciste furono mobilitate a favore di una grande sottoscrizione popolare.

La sua edificazione si venne così delineando come un percorso di partecipazione collettiva che teneva insieme aspirazioni diverse: quella del movimento partigiano, che rivendicava il proprio protagonismo nella costruzione dell’Italia democratica; quella di una classe dirigente locale alla guida di una città fondata sull’alleanza socialcomunista, che intendeva legittimarsi politicamente, in contrasto con i governi nazionali egemonizzati dalla Democrazia cristiana; e, infine, quella di una comunità che si riconosceva nei valori dell’antifascismo e si attivava per celebrarli in un’opera statuaria.

Giacomo Ferrari tiene il suo discorso all’inaugurazione del monumento al Partigiano di Parma di fronte al presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, 30 giugno 1956 (Archivio ISREC Parma).

Fin dall’inizio il luogo per la costruzione del monumento fu individuato nell’area di piazza Marconi (oggi piazza della Pace), dove il 13 maggio 1944 un bombardamento alleato aveva colpito il palazzo della Prefettura (l’antico palazzo ducale). Poiché nei progetti dell’epoca ne era prevista la riedificazione, il comitato propose di erigere il monumento nei giardini antistanti, nello spazio lasciato libero dalla statua di Vittorio Emanuele II, distrutta da una carica di tritolo nella notte del 5 luglio 1946 (un mese dopo il referendum che sancì la vittoria repubblicana). Dunque, l’omaggio monumentale alla Resistenza avrebbe dovuto trovare sede in una delle piazze più importanti della città, là dove si sarebbe dovuto ricostruire il palazzo della Prefettura, accanto a quello della Provincia. In quest’ultimo, peraltro, erano state collocate le bandiere delle formazioni partigiane e, di lì a poco, Armando Pizzinato avrebbe dipinto, nella sala del Consiglio provinciale, quattro grandi affreschi della storia del territorio (tra i quali uno dedicato alle Barricate antifasciste dell’agosto 1922 e uno all’eccidio nazista di Bosco di Corniglio del 17 ottobre 1944). Le successive e complesse vicende urbanistiche dell’area, con l’abbandono del progetto di riedificazione del palazzo del Governo centrale, isolarono – ma per certi versi anche valorizzarono – la composizione monumentale del Partigiano.

Nel luglio 1954 fu indetto un concorso pubblico al quale parteciparono una cinquantina di artisti. La giuria, composta da intellettuali e amministratori, scelse all’unanimità il progetto dello scultore Marino Mazzacurati e dell’architetto parmigiano Guglielmo Lusignoli. Esso si impose sulle altre proposte soprattutto per le sue due imponenti statue: quella del combattente su un alto masso di pietra di Sarnico, con il mantello al vento e il mitragliatore Sten a tracolla e, alle sue spalle, disteso per terra, quella del compagno fucilato, con i piedi scalzi, la camicia aperta sul petto e le mani legate dietro la schiena. Due figure che avevano il compito di rappresentare il movimento di Liberazione nelle differenti esperienze delle formazioni della guerriglia in montagna e della rete clandestina in città. Sul piano simbolico, poi, quelle due icone avrebbero rappresentato il combattente vittorioso e il martire per la libertà, due stereotipi consumati della narrazione maschile della “storia patria”.

I ritardi nella realizzazione dell’opera e i numerosi rinvii dovuti agli impegni del presidente della Repubblica Gronchi finirono per rimandate la data della sua inaugurazione alla fine di giugno del 1956.

Cartolina del Monumento al Partigiano degli anni Sessanta (archivio privato).

Da quel momento, il Partigiano divenne uno dei luoghi di identificazione collettiva della città e della sua provincia. Infatti, sia per le generazioni che vissero la dittatura fascista, la guerra e l’edificazione della democrazia in Italia, sia per quelle nate e cresciute nei decenni della Repubblica, il monumento divenne la rappresentazione più immediata della lotta contro ogni dittatura e ogni sopruso autoritario. Il Partigiano di Parma, infatti, segnò profondamente non solo la rappresentazione della Resistenza nell’immaginario collettivo ma anche quello, più generico, della lotta per la libertà e la giustizia sociale.

La piazza si trasformò in un vero e proprio “luogo di memoria”, dove gli ideali e i valori della lotta antifascista trovarono una sorta di sacralizzazione, confermando le parole con le quali Giacomo Ferrari, nel giorno dell’inaugurazione, aveva riconosciuto nel monumento il “sacrario” della città. A questo esito concorsero innanzitutto le solenni cerimonie delle istituzioni e associazioni democratiche, prime fra tutte quelle per la festa del 25 aprile, dove il monumento fu utilizzato come uno degli spazi più importanti nelle ritualità dei cortei commemorativi. Ma, insieme ad esse, a rendere quel luogo un’icona dell’antifascismo fu anche la riproduzione ricorrente e diffusa delle due statue in manifesti, copertine di libri, volantini, tessere, carte intestate e, in anni successivi, magliette e gadget vari.

Manifesto per le celebrazioni del 25 aprile 1965 (Archivio ISREC Parma)

Ben presto, poi, da luogo di raccoglimento per le liturgie civili legate all’identità repubblicana, il Partigiano divenne anche luogo simbolico del conflitto politico.

In quello spazio, infatti, tutte le forze politiche (salvo quelle legate al neofascismo) hanno trovato i propri riferimenti storici e ideali. Numerosi potrebbero essere gli esempi.

Si pensi ai cortei del Primo maggio, quando il movimento dei lavoratori sembra rinnovare nelle aspirazioni della Resistenza – magari al canto di Bella ciao o di Fischia il vento – le ragioni della propria protesta sociale.

Oppure si ricordi l’attentato neofascista del novembre 1961 – che, danneggiando la statua del partigiano fucilato, tendeva a colpire il simbolo stesso delle conquiste democratiche – o, ancor più significativa, la partecipazione popolare di migliaia di persone alla manifestazione di protesta del giorno successivo.

Dagli anni Sessanta, poi, i movimenti antimperialisti di sinistra hanno utilizzato il Partigiano come riferimento per comprendere le lotte di liberazione di popoli lontani, come quella in Vietnam o in molti altri paesi, mentre le forze moderate lo hanno considerato il luogo deputato a celebrare i valori della democrazia occidentale contro i regimi del cosiddetto “socialismo reale”. Si pensi, ad esempio, alla manifestazione organizzata dagli studenti della Democrazia cristiana dopo il suicidio di Jan Palach nel gennaio 1969, quando si accesero scontri tra giovani cattolici che volevano deporre una corona contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e militanti dell’estrema sinistra. In questo caso, entrambi i fronti attingevano a un immaginario comune – l’icona del Partigiano come emblema di libertà ed eguaglianza – ma proponendone letture differenti e contrastanti.

O si pensi ancora alla denuncia del Comitato di lotta per la casa che, nell’ottobre 1975, scelse proprio il monumento al Partigiano per le sue “lenzuolate”, da cui prese avvio lo “scandalo edilizio” che investì negli anni successivi la città.

Negli anni Ottanta e Novanta, i movimenti pacifisti sfilarono davanti alle due statue, prima contro il riarmo delle due superpotenze mondiali, Usa e Urss, e poi per fermare le tante guerre che travolsero le popolazioni di paesi vicini e lontani, dai territori dell’ex Jugoslavia all’Iraq e a molti altre zone del vicino Oriente.

Tessera dell’ANPI del 1961.

Ancora negli ultimi decenni ‒ anche dopo il rimaneggiamento della struttura architettonica della piazza ad opera di Mario Botta ‒ il monumento rimane, insieme a piazza Garibaldi, lo spazio simbolico politico preferito per la difesa dei valori democratici. Nel luglio 2001, ad esempio, dopo i “fatti del G8” di Genova, il movimento dei no-global organizzò un corteo di protesta che si concluse simbolicamente sotto il Partigiano.

Si pensi poi, negli ultimi tempi, alle numerose mobilitazioni contro il genocidio a Gaza e in solidarietà con il popolo palestinese.

Dunque, ricordare oggi, a settant’anni dalla sua inaugurazione, l’opera di Mazzacurati e Lusignoli, non ha solo l’intento di celebrarne il valore artistico e culturale, ma anche quello di riflettere sui tracciati, non sempre lineari e unitari, della costruzione della memoria democratica. Quel monumento, infatti, è stato ‒ ed è ancora oggi ‒ lo spazio attraverso il quale forze di diverso orientamento si sono definite e immaginate. In questo il Partigiano si distingue radicalmente da molti altri monumenti, cittadini e non solo.

Quasi tutte le statue che incontriamo negli spazi pubblici sono state volute da autorità con l’intento di ricordare persone, eventi o fenomeni del passato che, in quel momento, secondo quell’autorità, avrebbero dovuto essere di esempio alla comunità. La storia di quelle statue, tuttavia, non ha seguito lo stesso destino.

Manifestazione di solidarietà al popolo palestinese (Parma 2025).

Alcuni monumenti, con il trascorrere del tempo, hanno finito per “scomparire” nell’ambiente urbano, trasformandosi in elementi dell’arredo cittadino più che in luoghi di memoria. Sono diventate figure decorative prive di significato, presenze consuete e al tempo stesso “invisibili”, utili ad abbellire piazze e strade più che a costruire senso di comunità o sistema di valori. È il caso, ad esempio, del monumento al Parmigianino, o di quello al Correggio, o ancora – con elementi di maggiore complessità – di quello a Filippo Corridoni. Delle personalità rappresentate da queste statue, più o meno imponenti, la comunità sa poco o nulla, se non genericamente che furono “artisti famosi” o “eroici combattenti”.

Altri monumenti, invece, pur perdendo progressivamente il significato originario per il quale furono innalzati, hanno acquistato una nuova funzione simbolica, trasformandosi in familiari icone cittadine. Il monumento a Giuseppe Garibaldi ne è un caso esemplare. Inaugurato nel 1893 nella centrale “piazza Grande” come simbolo delle speranze di un’Italia unita e popolare, nel corso dei decenni ha progressivamente perso il suo legame sia con l’epopea risorgimentale che con la straordinaria vita del personaggio che ritrae. Quella statua, oggi, rappresenta semplicemente la città, proprio come il Duomo, il Battistero, il Teatro Regio, o la forma del prosciutto, o quella del parmigiano-reggiano. Per la sua posizione centrale ‒ dove la comunità cittadina si ritrova quotidianamente, e ancor più in occasioni speciali, ad esempio per festeggiare una vittoria sportiva o frequentare gli eventi di un festival ‒ quel Garibaldi di bronzo è entrato nell’immaginario della città: è un riconoscibile luogo dove darsi appuntamento; è uno sfondo simpatico per qualche selfie con amici; è una figura riconoscibile della città da addobbare con la sciarpa della squadra del cuore.

Al contrario il Partigiano ha seguito un percorso profondamente diverso. Più che sopire o mutare il proprio significato originario, esso lo ha ampliato, estendendolo dall’evento storico rappresentato, la Resistenza, a un orizzonte di valori più vasto e universale, la lotta per la democrazia, l’autodeterminazione dei popoli, la giustizia sociale. Il Partigiano di Parma, dunque, è stato – ed è ancora ‒ luogo di memoria e spazio d’azione politica.

Per approfondire:

  • CIANI CUKA, Amalda, Il monumento al Partigiano di Parma, “nella classicità della linea un’aura stendhaliana”, in “Critica d’Arte”, n. 11-12, luglio-dicembre 2021, pp. 63-82.
  • GAMBETTA, William, Il Partigiano di Parma. Politica della memoria e costruzione dell’identità nazionale nella storia di un monumento, in “Aurea Parma”, gennaio-aprile 2004, pp. 33-52.
  • GONIZZI, Giancarlo, Monumento al Partigiano, in Id., La città e la gloria. Protagonisti, arte e storia dei monumenti di Parma, vol. 2, MUP, 2014, pp. 375-391.
  • MINARDI, Marco (a cura di), Memorie di pietra. Monumenti alla Resistenza, ai suoi caduti e alle vittime civili durante l’occupazione militare tedesca nella provincia di Parma, Associazioni partigiane della Provincia di Parma, 2002.