No alle zone rosse! Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi: esistono soluzioni giuste

di Comitato No alle zone rosse

In città esistono problemi reali: disagio sociale, povertà, consumo di sostanze, conflitti nello spazio pubblico. Negarlo sarebbe sbagliato. Ma le zone rosse non risolvono questi problemi. Li spostano, li aggravano e colpiscono soprattutto chi è già fragile. Questo comunicato serve a spiegare cosa sono davvero, perché non funzionano e quali alternative esistono.

Cosa sono tecnicamente le “zone rosse” e perché sono uno strumento sbagliato

Le zone rosse sono aree definite tramite ordinanza prefettizia in cui viene limitata la libertà di circolazione di intere categorie di persone, sulla base di criteri ampi e discrezionali. Non si tratta di provvedimenti individuali fondati su comportamenti accertati (come i DASPO), ma di uno strumento che agisce per esclusione preventiva, colpendo gruppi sociali e territori.

Le zone rosse sono dispositivi di sicurezza che, sotto la retorica della tutela, introducono confini arbitrari nello spazio urbano. Queste ordinanze finiscono per colpire i soggetti in modo selettivo e discrezionale, in base al colore della pelle e a comportamenti considerati “indesiderabili” e tendono ad occultare carenze strutturali — bagni pubblici, spazi di gioco, punti di ascolto e assistenza — che, se affrontate, ridurrebbero radicalmente ciò che viene strumentalmente narrato come insicurezza. In questo quadro, questioni sociali complesse e condizioni di vulnerabilità vengono ridotte a problemi di ordine pubblico e stigmatizzate come “disagio”.

Questo tipo di dispositivo produce tre effetti gravi:

1. Spostamento del problema. Il disagio non viene risolto, ma semplicemente allontanato da alcune zone e concentrato altrove. Il conflitto aumenta, invece di diminuire.

2. Criminalizzazione della povertà e della marginalità. Vengono colpite persone che vivono già una condizione di fragilità – senza casa, migranti, consumatori di sostanze – trasformando un problema sociale in una questione di ordine pubblico.

3. Precedente pericoloso per tuttə. Le zone rosse normalizzano l’idea che diritti fondamentali possano essere sospesi in nome dell’emergenza.

Non è una novità. Durante il periodo Covid abbiamo già visto come il concetto di “zona rossa” sia stato utilizzato per comprimere libertà collettive attraverso misure eccezionali. Oggi quel linguaggio e quello strumento vengono riproposti fuori dall’emergenza sanitaria, per governare il disagio sociale.

Questo passaggio è cruciale: ciò che nasce come misura temporanea diventa metodo ordinario di gestione della città. È per questo che le zone rosse non riguardano solo “alcunə”, ma pongono un problema democratico che riguarda tuttə.

Noi rivendichiamo una città plurale, in cui la sicurezza non coincida con la repressione ma con l’accesso diffuso a servizi, supporti e presìdi di prossimità e dove lo spazio pubblico torni ad essere di tutte e tutti, anche al di fuori di una logica di consumo.

L’insicurezza percepita va ascoltata, non strumentalizzata

Chi vive o lavora in un quartiere ha diritto a sentirsi ascoltat3. La paura non nasce dal nulla.

La paura di molte donne di camminare in città da sole, di notte, per esempio, è reale e indicativa di un problema sociale strutturale. Perciò non accettiamo che questo disagio diventi motivo di strumentalizzazione razzista: sappiamo, infatti, che spesso le violenze avvengono in casa. Sarebbe impossibile, dunque, pensare di allontanare tutti gli autori di violenza, poiché essa è, appunto, sistemica. Piuttosto, è necessario costruire reti di solidarietà e comunità in grado di dissipare le dinamiche di violenza dalla radice.

Rispondere con divieti e allontanamenti significa: rompere i legami sociali; rendere i problemi meno visibili ma più gravi; lasciare irrisolte le cause reali.

La sicurezza non si costruisce contro qualcuno, ma insieme.

Le vere cause del disagio

I problemi che oggi vengono affrontati con le zone rosse non nascono all’improvviso né dalle singole persone che li vivono. Sono il risultato di scelte politiche e trasformazioni strutturali che hanno reso la città più diseguale e fragile.

Crisi abitativa

Cementificazione selvaggia e speculazione edilizia stanno causando una crisi abitativa senza precedenti, facendo aumentare sproporzionatamente i costi di affitti e immobili a favore della rendita di pochi grandi proprietari immobiliari. Sovraffollamento, problemi di coabitazione sono dirette conseguenze degli affitti in nero, degli scantinati trasformati in appartamenti. Quando il diritto alla casa viene meno, il disagio si riversa nello spazio pubblico. La povertà abitativa non si risolve con l’allontanamento, ma con politiche pubbliche di accesso all’abitare.

Una città in cui tutti hanno una casa dignitosa è una città più sicura e vivibile per tutt3. Una città che si difende dalla rendita immobiliare è una città più giusta e più sicura.

Smantellamento del welfare

Negli ultimi anni si sono ridotte le risorse per servizi sociali, educatori di strada, salute mentale, prevenzione e dipendenze. Meno presenza sociale significa più solitudine, più marginalità e più conflitto. A questo vuoto si risponde oggi non con la cura, ma con il controllo.

Economia di guerra e priorità distorte

Sempre più fondi vengono destinati a “sicurezza”, riarmo e dispositivi repressivi, mentre diminuiscono quelli per scuola, sanità e politiche sociali. Questa scelta politica produce disagio e poi lo tratta come problema di ordine pubblico.

Il governo meloni ha recentemente approvato la nuova manovra finanziaria, con cui la spesa militare arriverà al 5% del pil. un duro attacco alla spesa sociale, visto che aumentano i  tagli alla sanità e all’istruzione solo per sostenere tale spesa. In Emilia-Romagna ciò si è concretizzato con misure come i tagli fatti ad er.go (un’azienda che si occupa di borse, alloggi e mense in università). Tutto questo viene fatto col favore dell’opposizione, dimostrando che nè al centro-destra nè al centro-sinistra interessa la voce delle milioni di persone che sono scese in piazza contro la guerra.

Trasformazione dello spazio urbano

La città viene progettata per il profitto e il consumo, non per la vita quotidiana. Piazze e quartieri diventano luoghi da valorizzare economicamente, non spazi comuni da abitare. Chi non consuma viene percepito come fuori posto.

Violenza istituzionale e stigma

Controlli selettivi, allontanamenti e criminalizzazione colpiscono soprattutto migranti, persone senza casa e consumatori di sostanze. Questo rafforza lo stigma, rompe i legami sociali e rende i problemi più difficili da affrontare.

Le zone rosse non intervengono su nessuna di queste cause. Al contrario, le nascondono e le aggravano.

Perché la narrazione securitaria è falsa?

La narrazione securitaria non è neutra né casuale. Si inserisce in un quadro politico italiano e internazionale sempre più spostato a destra, in cui paura e insicurezza vengono usate come strumenti di consenso.

In questo contesto, governi e amministrazioni locali propongono risposte semplici e punitive a problemi complessi, perché sono immediatamente visibili e comunicabili, anche quando sono inefficaci.

Trasformare problemi sociali in problemi di ordine pubblico

Povertà, dipendenze, marginalità abitativa diventano questioni di polizia invece che di servizi, salute e diritti. Questa scelta è coerente con un modello politico che riduce il welfare e rafforza l’apparato repressivo.

Legittimare la militarizzazione dello spazio pubblico

Si crea così un circolo vizioso: meno welfare produce più disagio, il disagio viene represso, la repressione giustifica ulteriori tagli alla cura.

La narrazione securitaria non rende la città più sicura. La rende più diseguale, più fragile e più autoritaria.

Le soluzioni alternative esistono e funzionano quando sono messe al centro le persone, non il controllo.

Le alternative esistono: sicurezza come cura, non come esclusione

Rifiutare le zone rosse non significa lasciare i problemi così come sono. Significa affrontarli in modo efficace e giusto. 

Politiche abitative pubbliche, utilizzo degli immobili vuoti, stop agli sgomberi senza soluzioni. La casa è la prima forma di sicurezza.

Welfare, non repressione

Più risorse a servizi sociali, educatori di strada, salute mentale, dipendenze, riduzione del danno. Meno risorse a dispositivi punitivi.

Spazio pubblico realmente pubblico

Piazze, parchi e quartieri devono essere accessibili, gratuiti e attraversabili, non subordinati al consumo o alla logica del decoro.

Presenza sociale e presidi di comunità

Sport, cultura, mutualismo, socialità diffusa. Dove ci sono relazioni, il conflitto si riduce.

Ascolto e corresponsabilità

Residenti, esercenti, associazioni, operatori sociali: la sicurezza si costruisce insieme, senza contrapposizioni e senza capri espiatori.

Una città è più sicura quando è più giusta, più solidale e più vivibile.

Organizziamoci!

Le zone rosse non sono una soluzione: sono un precedente pericoloso. Oggi colpiscono alcunə, domani possono colpire tuttə. Costruiamo una risposta collettiva, dal basso.

No alle zone rosse. Sì alla cura, ai diritti, alla città di tuttə.