Il rivoluzionario spogliato della rivoluzione. Ancora su Guido Picelli

di William Gambetta

Guido Picelli fu un importante dirigente del Partito comunista d’Italia. Senza addentrarci nei particolari, egli fu cacciato dal Partito socialista nel settembre 1921 (per essere l’animatore degli Arditi del popolo a Parma) e, dopo un anno di attesa, fu accettata la sua iscrizione al Pcd’I (settembre 1922). Da allora fino alla morte, oltre che deputato, ne fu un esponente di rilievo. La sua vita, dunque, si intrecciò indissolubilmente a quella del comunismo degli anni Venti e Trenta. E la sua attività politica si svolse nel solco della lotta rivoluzionaria, attraverso pratiche insurrezionali e organizzazioni paramilitari[1].

Ciò nonostante la sua figura continua ad essere celebrata tanto da coloro che esaltano la democrazia liberale quanto da coloro che, pur tendendo a qualche forma di socialismo, condannano ogni radicalità “estremista” e “violenta”[2]. E dunque ogni forma di rivoluzione.

È questa una contraddizione evidente, che deve essere spiegata.

Questi apologeti di Picelli riescono a eludere tale incoerenza in diversi modi.

Vi sono alcune posizioni che recuperano la sua memoria interpretandola attraverso un’idea di comunismo democratico. Si immaginano cioè un Picelli “comunista” come loro intendono il comunismo, e non per come lo si intendeva negli anni in cui Picelli visse e agì, quando essere iscritti al Pcd’I voleva dire accettare le decisioni dell’Internazionale comunista e le strategie dell’Unione sovietica. Al contrario, costoro immaginano il comunismo in relazione alla storia successiva del Partito comunista italiano, vale a dire dal periodo della Resistenza (più precisamente dalla “svolta di Salerno” del 1944) in poi, quando il Pci rifiutò la strategia rivoluzionaria per seguirne una volta a costruire in Italia un sistema democratico, entro il quale il “partito nuovo” di Palmiro Togliatti potesse essere protagonista. Questa interpretazione, insomma, tende a leggere l’intera storia del comunismo italiano come “democratica”. Una visione teleologica che guarda a Picelli ‒ ma in generale a tutti i comunisti perseguitati dal regime fascista, compreso Antonio Gramsci ‒ come dei combattenti per la democrazia e non per il comunismo. O meglio, appunto, per una qualche forma di comunismo democratico. Si tratta insomma di un’alterazione del passato a partire dalle collocazioni politiche successive, che siano quelle della “democrazia progressiva”, della “via italiana al socialismo”, dell’“eurocomunismo” o altro.

Si tenga conto che questo tipo di interpretazione può accomunare sia i cultori del Pci di Togliatti che i suoi denigratori. Per questi ultimi, tuttavia, è necessario accentuare ogni aspetto di Picelli che lo mostri alternativo o dissidente rispetto alle strategie del Pcd’I, del Comintern e dell’Urss. Un’operazione impossibile se fondata sulle fonti documentarie ma, si sa, nella retorica giornalistica e nelle cerimonie politiche tutti i miracoli sono possibili.

Da una quindicina d’anni a questa parte, peraltro, una nuova ondata di travisanti articoli e interventi hanno disegnato un Picelli antistalinista e antitogliattiano, tanto da rispolverare il vociare dei decenni della Guerra fredda su una sua misteriosa morte[3]. Misteri ‒ è superfluo dirlo ‒ puntualmente smentiti dalla ricerca storica[4].

Lungo questo filone alcuni si sono spinti addirittura a descrivere Picelli senza mai nominare il suo legame con il Partito comunista, né quello di Amadeo Bordiga, né quello di Gramsci e tantomeno quello di Togliatti[5].

Per coloro che invece si collocano su posizioni più o meno liberaldemocratiche le cose sono ancora più complesse ma non inattuabili: Picelli è raccontato semplicemente come l’antifascista. La sua figura di comunista viene messa in secondo piano, perché ciò che interessa è la sua leadership nella mobilitazione contro il fascismo. Mobilitazione che si realizza con la vittoria delle Barricate di Parma nell’agosto 1922. Qui è l’esaltazione della scelta coerentemente antifascista di Picelli che si impone, dagli scontri del 1921-22 fino alla partenza per la Spagna nel 1936 e al suo “martirio” in battaglia sul monte San Cristóbal il 5 gennaio 1937. In questo caso è il concetto di antifascismo che viene deformato. Per Picelli, così come per tutti i comunisti del periodo, la lotta al fascismo si saldava con la lotta di classe, i fascisti erano interpretati come il braccio armato della borghesia, il volto più feroce del capitalismo nello scontro con il proletariato[6]. Per Picelli e i comunisti di allora battere il fascismo, infatti, era il primo passo verso il processo di emancipazione delle classi lavoratrici. Un antifascismo, insomma, dalla prospettiva profondamente diversa rispetta al semplice ripristino dei diritti liberali.

In entrambi i casi, comunque, tanto i fan del comunismo democratico quanto quelli della liberaldemocrazia, da un lato alterano il pensiero di Picelli e, dall’altro, assumono il contesto storico in cui visse come elemento giustificabile per la sua attività rivoluzionaria. Relegano cioè Picelli in un remoto passato così da renderne inattuabile (e condannabile) l’insegnamento politico: “in quegli anni l’uso della violenza era necessaria ma ora non più!”, “in quegli anni era legittimo sognare una rivoluzione ma ora non più!”. Ne emerge un’agiografia di Picelli spurgata di ogni tensione sovversiva. L’attualizzazione di Picelli paga il prezzo di perdere Picelli.

Tuttavia, ancor prima della lettura dei suoi articoli e discorsi, la sola narrazione della sua vita, potremmo dire delle sue “gesta”, sprigiona un’insubordinazione politica che affascina e coinvolge. È la sua carica di ribellione morale e politica, nel pensiero e nell’azione, che rendono questa figura seducente, soprattutto tra le nuove generazioni, soprattutto in un’epoca di nauseante conformismo e intollerabile repressione.


[1] La biografia più accurata di Picelli è di Fiorenzo Sicuri, Il guerriero della rivoluzione. Contributo alla biografia di Guido Picelli (1889-1937), Uni.Nova, 2010.

[2] Sull’uso poliedrico della memoria di Picelli cfr. W. Gambetta, A Picelli quel che è di Picelli, in “voladora”, 4 gennaio 2021.

[3] Per la ricostruzione di queste voci cfr. Franco Ferrari, Guido Picelli: una biografia contesa, in “Historia Magistrae”, n. 43, 2023 [2025], pp. 36-48.

[4] Cfr. F. Ferrari, Indagine su Picelli. Fatti, documenti, testimonianze, Youcanprint, 2023. Si veda anche W. Gambetta, Guido Picelli: santo da venerare o uomo affaticato nel fango della storia, in “voladora”, 6 giugno 2023.

[5] Cfr. R. Spocci, Guido Picelli. Una nota di Roberto Spocci, in “dalla parte del torto”, 9 gennaio 2019.

[6] Cfr. G. Picelli, La mia divisa. Scritti e discorsi politici, a cura di W. Gambetta, BFS, 2021.