Cittadine! Le donne che fecero la Repubblica, ottant’anni dopo, in un seminario alla Casa delle donne

di Ines Artoni

Sabato 6 giugno, alla Casa delle donne di via Melloni 1, nel pieno centro di Parma, oltre settanta persone hanno partecipato al seminario di studi Cittadine! 1946, le donne, la Repubblica, promosso dal Centro studi movimenti, dalla Casa delle donne e dalla sezione cittadina dell’ANPI “Laura e Lina Polizzi”. Un incontro nato a pochi giorni dall’ottantesimo anniversario del referendum del 2 giugno 1946 e del primo voto politico delle donne italiane.

L’impressione, fin dalle prime battute, è stata quella di una discussione che provava a sottrarsi alle celebrazioni rituali. Più che commemorare una data, le relatrici hanno ricostruito un processo storico complesso, fatto di mobilitazioni, contraddizioni, aspettative e resistenze. Un percorso che portò milioni di donne a entrare per la prima volta nella cittadinanza politica e che contribuì a ridefinire il significato stesso della democrazia nel dopoguerra.

Ad aprire la mattinata è stata Michela Cerocchi con una domanda tanto semplice quanto decisiva: il voto alle donne fu una conquista o una concessione? La sua relazione ha preso le mosse dal decreto del febbraio 1945 che riconobbe il diritto di voto alle italiane, per risalire però molto più indietro nel tempo. Dietro le firme di De Gasperi e Togliatti, ha mostrato Cerocchi, non c’era infatti una decisione improvvisa né un gesto di generosità istituzionale. C’era il lavoro di associazioni, comitati e movimenti femminili che per decenni avevano rivendicato l’accesso delle donne alla cittadinanza politica.

Dal suffragismo di Anna Maria Mozzoni alle campagne del Comitato pro voto e dell’Unione donne italiane, emerge una continuità storica spesso trascurata. Una storia che il fascismo aveva tentato di cancellare e che il racconto pubblico del dopoguerra contribuì in parte a oscurare, presentando il suffragio femminile come un premio o un dono concesso dagli uomini della politica. Cerocchi ha invece insistito sul protagonismo femminile e sul ruolo svolto dall’esperienza della guerra e della Resistenza. Per molte donne la partecipazione alla lotta antifascista aveva già significato un’uscita concreta dallo spazio domestico e una nuova consapevolezza del proprio ruolo nella vita collettiva. In questa prospettiva il voto del 1946 appare come il risultato di una lunga accumulazione di pratiche e conflitti, non come una concessione calata dall’alto.

Dal quadro nazionale la discussione si è spostata sul terreno locale con l’intervento di Ilaria La Fata, dedicato alle elezioni amministrative che precedettero di poche settimane il referendum istituzionale. I numeri raccontano bene la portata del cambiamento: a Parma le donne chiamate alle urne erano più degli uomini e votarono in percentuale persino maggiore. Tuttavia la loro presenza nelle liste elettorali fu marginale. Su 276 candidati al consiglio comunale le donne furono soltanto sedici e appena due quelle elette: la comunista Anna Menoni e la socialista Giuseppina Rivola.

Giuseppine Rivola.

La Fata ha utilizzato proprio le loro biografie per mostrare come la partecipazione femminile alle istituzioni non nascesse dal nulla. Menoni proveniva dall’esperienza della Resistenza e dei Gruppi di difesa della donna ed era una delle pochissime dirigenti del Comitato di liberazione nazionale; Rivola era la segretaria di Riccardo Barilla e una dirigente socialista che avrebbe assunto il delicato incarico di assessora al Bilancio nella prima amministrazione democratica della città. Le loro storie ci raccontano di donne che avevano già maturato competenze organizzative e responsabilità ma anche, allo stesso tempo, della fatica e delle difficoltà nell’assumere e gestire ruoli e incarichi pubblici.

Accanto a questo, la relazione ha evidenziato i limiti persistenti della rappresentanza femminile. I partiti continuavano infatti a selezionare le candidature sulla base di criteri che mescolavano valutazioni politiche, aspettative morali e giudizi sull’aspetto personale. Emblematico il caso ricordato di Maria Franca Girardi, esclusa dalle liste comuniste con argomentazioni che oggi rivelano con chiarezza il paternalismo e gli stereotipi di genere presenti nelle culture politiche dell’epoca. Le donne entravano nelle istituzioni, ma dovevano ancora fare i conti con organizzazioni costruite su modelli profondamente maschili.

Il terzo intervento, affidato a Elisabetta Salvini, ha affrontato il tema delle ventuno donne elette all’Assemblea Costituente. Un numero ridotto, appena il 3,7 per cento dell’assemblea, ma sufficiente per lasciare una traccia significativa nel testo costituzionale. Salvini ha scelto di osservare le costituenti non come figure eccezionali e isolate, ma come donne impegnate a trovare spazio e legittimità dentro un ambiente politico che continuava a considerarsi essenzialmente maschile.

Particolarmente interessante è stata la riflessione sul significato del “prendere parola”. Entrare in Parlamento significava esporsi a forme più o meno esplicite di paternalismo, anche da parte di colleghi politicamente vicini. Eppure molte di quelle donne svilupparono rapidamente una forte consapevolezza del proprio ruolo e della responsabilità che sentivano nei confronti delle elettrici. Accanto alle differenze ideologiche si costruirono così alleanze trasversali ogni volta che erano in gioco questioni riguardanti i diritti delle donne.

Attraverso le discussioni sugli articoli della Costituzione, Salvini ha mostrato la concretezza di questo contributo. Dall’inserimento del riferimento al sesso nell’articolo 3 sull’uguaglianza, alle battaglie sull’eguaglianza tra i coniugi, sulla tutela del lavoro femminile e sull’accesso agli uffici pubblici, le costituenti contribuirono a modificare il lessico e l’orizzonte della nuova cittadinanza repubblicana. Al tempo stesso restava aperta una contraddizione destinata a durare nel tempo: mentre l’uguaglianza avanzava sul terreno dei diritti pubblici, nella vita familiare continuavano a sopravvivere gerarchie e subordinazioni profondamente radicate.

A chiudere la mattinata è stata Margherita Becchetti, che ha spostato l’attenzione dalla politica ai modi in cui le donne in politica venivano raccontate. La sua relazione ha ricostruito la rappresentazione delegittimante delle ventuno costituenti sulla stampa del dopoguerra, mostrando come l’accesso formale alla cittadinanza non coincidesse affatto con un pieno riconoscimento della loro autorevolezza. Giornali e rotocalchi si interessavano alle deputate con una curiosità che raramente riguardava i loro colleghi uomini. Più che i contenuti dei loro interventi, venivano descritti i loro abiti, le acconciature, l’aspetto fisico, la vita familiare. Alcune erano elogiate perché eleganti e graziose, altre criticate perché trasandate nel vestire, poco avvenenti o eccessivamente mascoline. In entrambi i casi il corpo femminile diventava un terreno di valutazione pubblica e un criterio implicito di giudizio politico.

Vignetta di Giovannino Guaresci sul “Candido”.

Becchetti ha mostrato come questi meccanismi attraversassero testate molto diverse tra loro. Sul “Candido”, ad esempio, il tanto celebrato Giovannino Guareschi non si faceva scrupoli a raffigurare le costituenti come energumeni privi di femminilità e totalmente fuori contesto.

Anche quando la stampa cercava di valorizzare le donne impegnate nelle istituzioni, tendeva spesso a legittimarle soprattutto come madri e custodi della famiglia. Le fotografie con i figli, i racconti della vita domestica, le immagini davanti ai fornelli o all’asse da stiro contribuivano a rassicurare un’opinione pubblica ancora inquieta di fronte all’ingresso femminile nella sfera politica. Le deputate dovevano continuamente dimostrare di essere competenti senza apparire troppo autonome, autorevoli senza risultare minacciose, personalità politiche senza smettere di essere donne secondo i canoni tradizionali.

Nel dibattito conclusivo è emerso più volte come molte delle questioni affrontate durante la mattinata non appartengano soltanto alla storia. La conquista dei diritti politici, la rappresentanza, il rapporto tra sfera pubblica e privata, i meccanismi attraverso cui si costruisce o si nega autorevolezza continuano a interrogare il presente. Forse è stato proprio questo il risultato più interessante dell’incontro. Ottant’anni dopo il 1946, il seminario non ha restituito l’immagine rassicurante di una conquista definitivamente compiuta. Ha invece mostrato la cittadinanza come un processo storico, frutto di conflitti, pratiche collettive e negoziazioni continue.