I reietti del Novecento hanno vinto

di Marco Severo e William Gambetta

I reietti del Novecento hanno vinto. Le canaglie del secolo prendono posto nel tempio civile. Eccoli, in bell’ordine schierati per nome e cognome. Una lapide commemorativa è per loro, posta nella sede del potere democratico, all’ingresso del Municipio.

Una lapide immaginata a Barcellona e realizzata a Parma, che affianca altre, di secoli passati, poste a ricordo di combattenti di altre battaglie e altri sguardi. Tutte a comporre, lungo i Portici del grano, un memoriale cittadino, spesso impercettibile nei ritmi del correre frenetico del terzo millennio, eppure ancora importante nella costruzione di un’identità che ci aiuta nel caotico e impalpabile presente.

Un luogo dove, in fila, si mostrano le tante cesure della storia cittadina, dalle insurrezioni patriottiche contro la Restaurazione alle guerre d’indipendenza risorgimentali, ma anche guerre coloniali dove questi nostri antenati furono invasori di terre lontane (quelle d’Africa), o pedine da sacrificare nelle mani degli alti comandi monarchici, fino alla grande cesura della Resistenza contro l’occupante nazista e i suoi collaborati in camicia nera. Un luogo della memoria, dunque, dove si celebra la “storia patria”, i cui protagonisti sono uomini/soldati, come se l’identità di un paese non possa che costruirsi sulla celebrazione dei valori guerrieri dei maschi, pronti a sacrificarsi per la “patria”.

Un memoriale che oggi si arricchisce di altri nomi, una volta segnalati come “sovversivi” negli schedari della polizia fascista e ora posti in bella mostra a ricordo della città. Sono anche questi nomi di uomini, perché l’universo della guerra, anche di quella combattuta per la libertà, l’eguaglianza sociale e la fratellanza dei popoli, era ancora per lo più dominio del mondo maschile[1]. Eppure costoro furono combattenti anomali. Erano lavoratori perseguitati per le loro idee che partirono volontari in armi per la Guerra di Spagna.

Questi sono i nomi di quelli che corsero più veloci della storia, partigiani prima dei partigiani, uomini che un’inquietudine operante spinse all’azione contro il nazifascismo in anticipo sulla Resistenza.

Era il 1936 quando i primi popolani di Parma e delle terre intorno montarono su treni stipati di fagotti e ideali. Antifascisti da sempre partirono assieme a decine, migliaia di compagni da tutto il mondo per portare aiuto alla libera Spagna aggredita dai militari nazionalisti di Francisco Franco e dalle truppe reazionarie dei dittatori d’Italia e Germania. Nessuno glielo aveva chiesto, non una cartolina precetto li aveva costretti. Nell’Europa dei totalitarismi neri, gente senza padroni né slogan grotteschi mandati a memoria trovava uno spazio per giocarsi la rivincita e si dava appuntamento nella penisola iberica: una festa condita con la promessa di farla pagare ai fascisti, “oggi in Spagna, domani in Italia”.

Ciascuno giunse al fronte come poté, un po’ male in arnese, con l’aria dei reduci ma con la giusta luce negli occhi. Aiutati dalle reti clandestine del Partito comunista e di quelli Socialista e Repubblicano, di Giustizia e libertà o degli ambienti libertari, dai retrobottega del fuoriuscitismo parigino fino alla Barcellona delle milizie anarchiche e alla Castiglia delle Brigate internazionali, i volontari di Parma e provincia seguirono rotte simili e si unirono all’onda del fragore mondiale. Ventenni, trentenni, quarantenni e qualche cinquantenne portarono in Spagna la propria risolutezza, vecchie pistole della Grande guerra e certe cicatrici che urlavano vendetta. Le carte di polizia li chiamava “anarchici”, “comunisti”, “socialisti”, “antifascisti” in ogni caso. Le rubriche di frontiera ordinavano “da arrestare”, segnalavano ciascuno di essi come un “pericoloso sovversivo” intenzionato ad “unirsi alle milizie rosse di Spagna”.

47 combattenti antifascisti in Spagna. La ricerca storiografica ne ha ricostruito la biografia e gli sconnessi tragitti esistenziali. Tra le carte d’archivio si trovano indizi sulla partecipazione anche di altri volontari parmensi, ma queste tracce appaiono ancora troppo flebili.

Alcuni dei nomi riportati sulla lapide sono noti. Sono quelli di Guido Picelli, Fortunato Nevicati o Antonio Cieri (vastese ma adottato dai borghi parmigiani dopo le leggendarie barricate del 1922). Nomi diventati simboli del loro tempo. Libri di storia, ma anche romanzi, opere teatrali, canzoni, dipinti e graphic novel ne hanno raccontato la vita di “sovversivi”. Di tutti gli altri non sapevamo quasi nulla fino a pochi anni fa, quando il volume Vincenti per tutta la vita. Antifascisti parmensi nella Guerra di Spagna di Marco Severo ne ha ricostruito le biografie[2], colmando un vuoto cui si opponeva solo un’epigrafe ad alcuni di loro nel cimitero della Villetta.

Nativi dell’Oltretorrente, delle campagne o della montagna vicina – 18 parmigiani per la precisione, 24 parmensi e 5 militanti cresciuti altrove ma adottivi della provincia – i 47 “partigiani prima dei partigiani” avevano tirato avanti nei primi anni del secolo come contadini, artigiani, braccianti, operai, manovali, muratori, camerieri e facchini. Due di essi furono politici. Uno, impiegato. Un altro ancora, tecnico delle ferrovie.

Per la Spagna i volontari non partirono da Parma. Da tempo vivevano tutti all’estero come esuli politici e, nel 1936, al principio del conflitto, si trovavano in Francia, in Belgio o in Unione sovietica. Uno, soldato del Regio esercito italiano, era fuggito dall’Etiopia della guerra imperialista per andare volontario a una guerra di resistenza. Quattro erano padri di famiglia.

All’età che oggi è ancora del precariato lavorativo, 35 anni di media, uomini che allora avevano molto vissuto e molto patito trovarono in Spagna il senso di una vita randagia condizionata dalle vessazioni di un nemico che li aveva schedati, pedinati, arrestati, esiliati, percossi perché “sovversivi”. Nella penisola iberica conobbero la possibilità di battersi, armi alla mano, con quel nemico: lo stesso che a Parma avevano sconfitto già una volta, nell’agosto 1922, sulle Barricate dell’Oltretorrente e del Naviglio. Poco importava, ora, che quell’avversario non fosse esattamente lo stesso, non il fascismo mussoliniano ma quello dei golpisti capeggiati dal generale Franco.

Ciascuno trovò nella guerra di Spagna la propria battaglia, alcuni cogliendovi il segnale del possibile avvio d’un nuovo ordine sociale ed economico. Altri, più confusamente, pensando che imbracciare un fucile fosse l’approdo naturale degli anni di apprendistato antifascista svolto all’estero. Taluni, privi di formazione ideologica, ritennero di dare in quel modo, solidarizzando con il popolo spagnolo, una forma al proprio istinto per la libertà e la giustizia sociale. Tutti, più o meno coscientemente, sentirono di far parte di qualcosa di più grande che si auspicava potesse essere replicato nella loro terra natia.

Per alcuni la Catalogna o l’Aragona furono la tappa finale di un’esistenza da antifascisti. In undici morirono tra le fila della 12a Brigata internazionale o delle formazioni anarchiche, caduti in combattimento o per le conseguenze della guerra. Uno risultò disperso. Tra i superstiti, invece, nove proseguirono il percorso della “lunga Resistenza” aderendo a partire dal 1943 alla lotta partigiana. Tra di essi uno aveva partecipato ‒ oltre che alla Guerra antifranchista ‒ anche alle Barricate di Parma e, pertanto, il suo caso va certamente annoverato tra i primati di longevità ‒ dal 1922 al 1945 ‒ per militanza politica e lotta armata.

Inafferrabili e fuori fuoco, questi reietti del Novecento diventano gli eletti al monumento voluto dal Comune di Parma e dall’Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna. Celebrati da uomini e donne di istituzioni italiane, spagnole e catalane, raccontati da un artista di fama internazionale, Domènec, studiati da giovani e giovanissimi della città, i “sovversivi” di ieri, oggi vengono “messi in cornice”.

Uomini nati per essere inquieti, sparsi, tipi difficili, sono convocati in schiera ordinata e in bella posa nella piazza principale della città, quella che ai loro tempi fu dei ricchi e dei padroni. Dalle fotografie consumate, i sorrisi sporchi e ammiccanti sulle uniformi slabbrate, il taglio dei capelli tornato alla moda con le rasature alte sulle orecchie, ci interpellano perciò con fare beffardo e un po’ malinconico.

Eccoli in gruppo, manipolo improbabile eppure vincente. La loro sconfitta in Spagna illuminò di un riflesso mirabile l’ideale della Resistenza, dell’Europa democratica e del vivere presente (pur tra tanti compromessi, a considerarne il mandato originale).

Persero prima e da soli per lasciarci vincere dopo, insieme.

Così come, viceversa, la solidarietà internazionale tra i popoli (l’internazionalismo si sarebbe detto con un termine antico) che visse nella spontaneità del loro operare resta tuttora un’utopia tanto remota quanto attuale e stimolante.

Le canaglie del secolo mai avrebbero pensato d’essere interpreti di tanti significati, né d’esser fatti eroi civili, esposti a imperitura memoria e incisi nell’acciaio, per quanto, forse, qualcuno non lo avrebbe disprezzato (non si vive una vita all’attacco e petto in fuori senza essere, almeno un po’, narcisi).

Certamente, quelli che si lanciarono in avanti ricacciando indietro la paura, che accettarono un ruolo scomodo e tolsero il sonno alle dittature totalitarie più brutali, non si fanno mettere in riga da nessuno né celebrare con troppa condiscendenza: a patto che ciò valga a far della lapide con i 47 loro nomi un pezzo di noi, oggi, e della nostra ricerca di senso in un secolo XXI iniziato come una sublimazione sfuggente del loro Novecento. A patto, cioè, che la lapide ai volontari antifascisti, posata in Municipio a memoria degli “spagnoli”, diventi non pietra da museo ma punto d’incontro per chi, cent’anni dopo, sentisse pur lontana ed esile un’inquietudine operosa montargli dentro.


[1] M. Becchetti, Non per bellezza. Donne (e uomini) nella lotta partigiana, Mup, 2025.

[2] M. Severo, Vincenti per tutta la vita. Antifascisti parmensi nella Guerra di Spagna, BFS – Centro studi movimenti, 2017.