di Franco Ferrari

Antonio Cieri, anarchico, nato a Vasto (Abruzzo) il 10 novembre 1898, arrivò in Spagna tra i primi italiani già alla fine di luglio del 1936, poche settimane il colpo di Stati dei generali antirepubblicani. Entrò nelle fila della Sezione Italiana della Colona Ascaso, nella quale, affiancati ad una maggioranza di anarchici, si erano integrati uomini di Giustizia e Libertà, guidati da Carlo Rosselli, nonché militanti di altre formazioni politiche. La Sezione si era costituita il 13 agosto e pochi giorni dopo una prima colonna lasciava la capitale catalana per dirigersi verso il fronte di Huesca.
Il terzo scaglione, nel quale era presente Antonio Cieri, si recava al fronte il 30 settembre[1].
Il reparto di assalto del settore di Huesca
Dell’attività militare dell’anarchico abbiamo una prima traccia in un lungo articolo, firmato “La Sigla Marciante”, pubblicato con molta evidenza da “Giustizia e Libertà” il 20 novembre 1936. Si tratta di una vera e proprio intervista ad Antonio Cieri che illustra la costituzione del reparto di assalto che operaca sul fronte di Huesca.
“Quando Antonio Cieri giunse al fronte, si capì subito che avrebbe fatto qualcosa di… ardito.
Veramente aveva già incominciato fin da Predalbes e durante il viaggio da Barcellona: la “Sigla Marciante” non mancò di segnalare la cosa quando presentò ai lettori lo scaglione dal Cieri condotto: parecchi degli uomini venuti con lui, eran già con lui congeniali.
Del resto, appena occupata la trincea che gli fu assegnata e presi gli opportuni accordi con Rosselli e coi comandi superiori, Cieri si mise all’opera.
Durante quei primi giorni, lo si incontrava dappertutto dove la Colonna italiana tiene presidio, e sempre era centro di capannelli e catechizzava.
Il credo ch’egli predicava era la necessità di creare in seno alla Colonna un reparto specialmente allenato per l’assalto.
Cieri ha un’eloquenza tumultuosa e disordinata, efficacissima, specialmente quando parla ad un uditorio che… non domanda di meglio che prestargli fede. Ora, al fronte, son molti che hanno il fegataccio degli arditi: Cieri non durò fatica a far gente.
Quando credette di essersi accaparrati uomini in numero sufficiente, concluse. Radunò tutti i suoi uomini al Castillo di… (ndr: per ragioni evidenti di segretezza militare, l’autore non specifica di quale località si tratti) e cominciò la loro educazione fisica e spirituale.
Ciò avvenne otto o dieci giorni fa ed ora la scuola d’arditismo è in pieno sviluppo.
La “Sigla Marciante” aveva il dovere di andar a trovare Cieri nel suo accantonamento: uno di questi vecchi, frusti castelli aragonesi che, pur turriti, non sono in realtà che grandi fattorie e che gli accantonati di Cieri hanno ribattezzato: Francisco Ferrer (ndr: anarchico, noto soprattutto per le sue avanzate idee pedagogiche, Ferrer fu arrestato il 31 agosto 1909 con l’accusa di essere il fomentatore della rivolta della “settimana tragica” e dopo un processo farsa da parte condannato a morte). Perché “Francisco Ferrer”, non so: prima, aveva il nome di un santo.
Ma non è facile trovare Cieri nel suo feudo: è sempre in giro, specialmente dacché, in assenza di Rosselli, comanda interinalmente la Colonna.
Ad onta di un preciso appuntamento, non l’abbiam trovato al bivacco. Avremmo voluto lasciargli un’atroce freddura:
Son venuto a cercarti: non ci eri; il tuo nome hai tradito così.
Ma abbiam preferito ritornare il giorno dopo. Poiché non esistevano precedenti intese, l’abbiam trovato.
Appena ci vide, protestò; “Io desideravo che del mio reparto di assalto si parlasse solo dopo che avrà dato prova del suo valore”. Ma la passione dell’opera che sta compiendo subito lo prende, e noi non abbiamo bisogno di moltiplicar le domande. Cieri parla ora schietto e diffuso:
Perché ho pensato alla costituzione di questo reparto? Per la mancanza di preparazione degli uomini a maneggiar le bombe a mano e ad affermarsi in azioni di particolare importanza decisiva in questa guerra. Noi abbiam voluto riempire questa lacuna per ciò – ci tengo assolutamente ad affermarlo – era necessario avere un nucleo di avanguardia sul quale si possa contare in un’azione di una certa importanza.”
Il gruppo di Cieri comprendeva circa 100 uomini di cui un terzo italiani e due terzi spagnoli. Chi erano i componenti del reparto d’assalto? Cieri lo raccontava così:

“Vi sono fra noi delle figure tipiche: uomini che senza aver fatto studi militari, e tanto meno aver comandato come ufficiali, in due mesi e mezzo di fronte grazie alla loro intelligenza, hanno saputo acquisire una tecnica perfetta.”
L’intervista si concludeva con una nota ironica.
“Cieri ci grida, a guisa di “poscritto”: “E non dimenticare di dir ben chiaro che “siamo belli”:
“Siamo belli” è, infatti la divisa del reparto: l’abbiamo letta anche sulla cappa del camino dell’immensa cucina padronale.
Noi, a quel grido, ci guardiamo intorno allibiti, vedendo certe barbacce che non senza inquietudine s’incontrerebbero di notte, all’angolo di un bosco.
No, veramente gli uomini di Cieri sono molto… indulgenti quando giudicano di sé”.
Privato e politico nelle lettere dalla Spagna
“L’Adunata dei Refrattari”, giornale anarchico di lingua italiana pubblicato a New York, nel numero del 26 marzo 1938, commemorando l’anarchico scomparso un anno, prima riporta il contenuto di alcune lettere scritte da Cieri che toccano sia le questioni militari della guerra che i sentimenti personali. L’articolo è firmato con la sigla C.G.
“Sul fronte di Huesca, mette a profitto una parentesi di calma per organizzare un battaglione di assalto chiamato “siamo belli”. Titolo non guerriero, Egli scriveva, ma che porta in sé una nota allegra e nuova nella colonna Ascaso. (…)
In una lettera del 14-11-1936, Egli scrive che ha partecipato ad un’azione su Huesca, “…ho compiuto il mio dovere riuscendo ad avanzare in pieno giorno, il più lontano di tutte le formazioni ingaggiate in quella battaglia. La notte dello stesso giorno altra azione, non coronata da successi per motivi estranei al nostro coraggio.
Fu in quel giorno che cadde il povero Buno (ndr: si tratta di Bruno Gualandi, anarchico bolognese).
L’entusiasmo che aveva destato la nostra avanzata era grande e Bruno sapendo che eravamo senza acqua e senza viveri, battuti dalle mitraglie nemiche per ben 5 ore, si arrischiò a farci pervenire dei viveri. Pagò il suo volontarismo con la sua vita.”.
E in mezzo ai rischi quotidiani il pensiero di Cieri va ai suoi figli: sono raccomandazioni “perché gli amici che se ne occupano, veglino su di essi. Io non tornerò finché ai miei due tesori non manchi il necessario per vivere”.
Il suo pensiero va pure a quella che era la sua buona Compagna e che ha perduto da pochi mesi:
“Avrò tanti difetti, ma quando mi ritrovo solo, quando nella giornata mi è dato riposare, di nascosto rimpiango la mia Nice (ndr: Cleonice Garulli, nata a Neviano Arduini in provincia di Parma). Se fosse ancora in vita, Lei che da signorina mi aveva visto nelle barricate di Parma, ora sarebbe felice di sapermi nelle trincee della Spagna martoriata”.

Come conforto, pensa, appena sarà possibile, di far andare i figli in Ispagna “in questa terra dove mi batto e mi batterò fino all’estremo sacrificio. (…) Io non tornerò certamente in Francia, scriveva il 18 marzo 1937, perché in questa martoriata terra di Spagna, per coloro che saranno risparmiati dal piombo fascista, vi sarà un lavoro enorme politico e professionale. Per ora, sto dando tutto me stesso, come tecnico-militare e come anarchico e come milite di trincea…in seguito i compagni sanno che sono architetto e quindi sanno, per conseguenza, i servizi che potrò rendere alla rivoluzione e mi sento onorato della loro stima, del loro affetto, della loro gratitudine. Essi mi amano come un vero fratello, da veri rivoluzionari…
“E resterò in Ispagna, anche perché dopo la vittoria nostra, c’è da preparare l’altra: il ritorno in Italia”.
Uomo d’azione, Egli era contento durante i preparativi della lotta: “Fra qualche ora faremo i preparativi della partenza. Il “Castello” è già gremito di compagni. Esclamazioni rumorose, canti spagnuoli, francesi e italiani ‘insulti’ di militi, reclami, ‘ingiurie’ ai comandanti, sorrisi, allegria… e a pensare che non andiamo a riposarci, ma a batterci. Chi non si commuove, non ha cuore, chi non sente la bellezza di questo ambiente non è umano, chi non è fiero e orgoglioso di essere parte di questo spettacolo è indegno di vivere. Arrivano gli autocarri…Viva la FAI! Sulla strada ci sono i cucinieri con le loro marmitte, i loro sacchi e sono investiti da tante frecciate spiritose, lanciate nei diversi idiomi. Più lontano un gruppo di giganti: i compagni tedeschi, norvegesi, olandesi e svizzeri; sono i taciturni del battaglione, i soli che non gridano, che non cantano”.
Con Cieri i compagni non potevano annoiarsi: subivano l’influenza della sua allegria e l’ascendente della sua audacia, e con lui erano contenti di battersi per una buona causa. Era uscito incolume da parecchie azioni, ma sempre primo ad esporsi al pericolo, era fatale, che in una lotta così lunga Egli dovesse cadere”.
Il ricordo di Picelli
Possiamo ascoltare nuovamente la voce di Cieri alla fine di marzo del 1937, quando “Il Grido del Popolo”, settimanale del Partito Comunista Italiano, pubblicato a Parigi, presenta ai lettori un sua articolo. Antonio Cieri vi è descritto come “un compagno di lotte” al quale si è chiesto un ricordo di Guido con il quale aveva partecipato alle giornate di Parma dell’agosto 1922.

“Nel mio viaggio di ritorno al fronte ho appreso la morte di Guido Picelli. Nessun giornale aveva ancora pubblicato la triste notizia e non credetti a tanta sciagura. Eppure! Il rivoluzionario di Parma, il coraggioso combattente dell’agosto 1922, il proscritto politico ha allungato la lista degli eroi italiani che muoiono nobilmente in questa terra martoriata di Spagna.
In novembre scorso, l’amico Rosselli mi informava di aver parlato con Picelli, a Barcellona, e mi portava i suoi saluti (ndr: questo incontro dovrebbe essersi realizzato nei giorni in cui Picelli si trovava nella capitale catalana tra il 9 e il 14 novembre circa. Si era trattenuto per pochi giorni nella caserma del POUM per poi essere convinto da Antonio Cabrelli, alias Salvatore, a rientrare nelle Brigate Internazionali dove era inizialmente destinato).
Con Guido eravamo stati assieme, in un’altra epoca: lui comunista e io anarchico. Ci conoscemmo a Parma, nel 1921, nella saletta dell’Unione sindacale. Venivo da Ancona. Picelli era stato imprigionato dopo le giornate gloriose del giugno 1920 per aver solidarizzato efficacemente con i rivoluzionari anconetani che seppero impedire la partenza dei bersaglieri per l’Albania, Picelli mi accolse con quella fraterna ospitalità che è veramente una bella caratteristica dei parmigiani.
Giovane, dritto, energico, affabile mi dette subito l’impressione di un militante particolarmente dotato per l’azione rivoluzionaria e fu facile intenderci.
Lo rivedrò sempre, come fu alla vigilia delle giornate rosse dell’agosto 1922, insieme a Silvio Spaggiari e un ristretto numero di responsabili delle squadre degli Arditi del Popolo. Calmo, fiero di organizzare la difesa di Parma, lieto di tutta la preparazione miracolosa e adatta a respingere ogni offensiva fascista, sorridente quando Spaggiari brontolava in quel simpatico dialetto fiorito dell’uomo “del sas”, cioè cittadino di Parma. Lo rivedrò soprattutto come l’ho visto il quarto giorno dell’asprissima lotta sostenuta nei borghi di “Parma Nuova” e mi domando ancora come fece a venirci a salutare dall’Oltre Torrente nelle trincee di Borgo del Naviglio.
Migliaia e migliaia di mercenari fascisti bivaccavano in città e, nel pomeriggio bruciante di sole, un atleta con il fucile a tracolla sbucò da un borghino e svelto saltò il parapetto della trincea di via XX settembre. Era Guido Picelli! Che entusiasmo! Decine di mani rudi e nervose si tesero verso di lui: Viva Picelli! Viva “al noster Guido”! Viva gli “Arditi del Popolo”!
Mi propose a cittadino d’onore di Parma, giacché ero “el foraster”. Un buon bicchier di vino, qualche raccomandazione, dei forti abbracci ed eccolo ripartito verso i più gravi rischi, accompagnato dagli echi di Bandiera Rossa e dell’Internazionale. I borghi eran in festa e i fascisti, quella notte, si accanirono con ferocia contro di noi e vari assalti in Viale Mentana e in via XX settembre furono respinti. (…)”
Conclude poi Cieri: “Mio caro povero Guido! Non ho avuto il piacere di rivederti, di stringere la tua mano, di rivivere con te qualche istante.
Sei andato a Madrid, dove più grande era il pericolo e sei caduto da grande e autentico rivoluzionario, come si conviene ad un condottiero di popolo. Leggo sui giornali, rintanato nel mio “buco”, che una batteria porta il tuo nome. I tuoi compagni non ti dimenticano.
Il tuo vecchio amico Cieri si inchina sulla tua tomba, senza lacrime, senza vane parole”.
Cieri interviene sulla “Legione Italiana”
In quegli stessi giorni, Cieri interviene su “Giustizia e Libertà” anche sulle questioni politiche che travagliano la Colonna italiana e i rapporti con gli altri antifascisti presenti in Spagna. Nell’edizione del 2 aprile 1937, quindi pochi giorni prima della morte, compare una lunga lettera sulla questione della formazione di una “Legione Italiana” che riunisca le varie tendenze politiche.
“Si è parlato e scritto di una “Legione Italiana”, se ne parla e si scriverà ancora sull’argomento poiché vi è una guerra in Spagna e perché in questa guerra unicamente di idee si possono fare dei preziosi e concludenti esperimenti. Non capita tutti gli anni un collaudo del pensiero e dell’azione come è capitato oggi. Nelle trincee dove si hanno le armi in pugno, nelle retrovie dove si constata una fioritura incessante di realizzazioni rivoluzionarie, vi sono uomini che vogliono ardentemente riuscire a vincere presto il fascismo e dimostrare che nella classe operaia vi sono menti elette e uomini d’ingegno che sanno provare la inanità dell’economia liberale e il fallimento di essa. (…)
La Spagna è certamente il paese che ha tutti gli elementi per trasformarsi in regime di comunismo libertario. (…)
In Spagna gli uomini di cuore di tutti i partiti di sinistra lottano con coraggio e soffrono le stesse pene, ma essi non sono uniti come lo si vorrebbe far credere. Su tutti i terreni essi conservano le proprie fisionomie. Non vi è unità tra POUM e PSUC; non vi può essere unità fra i due e la CNTFAI. Anche i muri sanno come queste ultime organizzazioni sono sabotate, e chi assiste, in piena guerra civile, alla feroce lotta fra i partiti rivoluzionari autoritari, e chi legge ad esempio, su giornali comunisti, che i militi e i miltanti del POUM sono fascisti, deve dire che questa “signora” unità non è che una brutta maschera che nasconde certamente la verità. (…)
Anarchici, comunisti, socialisti e repubblicani possono credere – o meglio auspicare – una unione serie contro il fascismo, ma indistintamente ognuno crede di attuare la propria tattica per arrivare alla vittoria.
Ed è per raggiungere una vittoria che non è conseguita e non deve conseguirsi con i soli fucili, che appariscono le divisioni profonde, giustificate dalle varie filosofie a cui si richiamano le varie correnti rivoluzionarie.
Ed è per ciò che io non sono favorevole alla “Legione Italiana” auspicata dall’amico Lussu.”
Cieri aggiunge che ritiene positivo il mescolarsi nei reparti combattenti di italiani e spagnoli. E poi segnala anche la difficoltà di trovare un comandante condiviso: “Lussu, Bifolchi, Rosselli, Pacciardi? La strada che propone Cieri è ”un buon vicinato e buone relazioni, ma per ottenere ciò occorre evitare l’insulto, la calunnia e la diffamazione. Vinto il fascismo in Spagna, è chiaro che il nostro dovere sarà di indirizzare con nuove forme, la lotta in Italia, e allora ne riparleremo.”
La morte di Cieri
Passa pochissimo tempo e “Giustizia e Libertà” deve informare dell’”eroica morte di Antonio Cieri sul fronte di Huesca”.
Il giornale, in un articolo anonimo, celebra Antonio Cieri, “magnifica figura di combattente rivoluzionario”. Scrive l’autore:
“Lo ricordiamo a Parigi, pochi giorni dopo lo scoppio della guerra civile spagnola, collaborare fraternamente con noi alla organizzazione di quella prima colonna di volontari italiani in Spagna che doveva poi così magnificamente affermarsi nella battaglia di Monte Pelato e in molti altri scontri. Volle anch’egli che fosse aperta a tutti, e molto gli dolse che non si giungesse subito a un accordo generale per l’intervento armato in Spagna.
Lo ricordiamo anche, e soprattutto, al fronte, semplice e cordiale, animoso ed ottimista, con quella allegria comunicativa e spavalda che non si smentiva mai, neppure nei momenti più difficili. (…)
Nella battaglia di Almudebar, del novembre ultimo, si portò da eroe. Comandante dell’avanguardia, fu all’avanguardia dell’avanguardia, si cacciò col piccolo nucleo di arditi che aveva costituito dentro la cittadina di Almudebar, a forza di bombe e mitraglia. Quando, per il mancato arrivo dei promessi rinforzi, fu giocoforza sospendere l’attacco e rettificare in vista della notte, la linea, fu l’ultimo a lasciare il suo posto, respingendo con pochi animosi, un violento contrattacco dei mori. Ritardò anzi tanto a tornare che fu dato per morto. Quando ricomparve, stanchissimo ma sempre col suo sorriso ingenuo fu una esplosione di gioia e di elogi. (…)
Dove c’era l’azione Cieri correva. E appunto, ai primi di aprile, una nuova azione preparatoria per la presa di Huesca era stata decisa e Cieri si era offerto per dirigerla in persona e in prima fila. Ora un laconico telegramma ci annuncia che in quell’azione è morto da eroe”.
Il funerale a Barcellona
“Giustizia e Libertà” pubblicò poi, nel numero del 23 aprile 1937, la cronaca del funerale di Cieri. L’articolo è firmato Angelo Monti ed è datato 17 aprile. Monti, che aveva partecipato alla battaglia di Almudevar, fornisce anche notizie dettagliate sul momento della morte di Cieri.
“Stamane fummo ad accompagnare Antonio Cieri nell’ultimo viaggio. (…) L’ultima volta che lo vidi era una fresca mattina dei primissimi di aprile. Era seduto davanti ad un caffè ad aspettare che la sua automobile venisse a prenderlo per portarlo al fronte. Era irritato per il ritardo della vettura e un tantin nervoso. Sostai per fargli un po’ di compagnia e alleviargli la noia dell’aspettare.
Il giorno prima una telefonata dal fronte lo richiamava anzi tempo dalla licenza che trascorreva a Barcellona: la sua presenza era necessaria d’urgenza nei consigli di guerra che studiavano un nuovo piano per un nuovissimo attacco ad Huesca. Aveva una gran fiducia nell’esito finale dell’operazione e sperava grandi cose dagli uomini del suo battaglione.
Povero Cieri! Non lo vide nemmeno, quell’attacco che pur ha realizzato, almeno in parte, le sue speranze. Cadde prima ancora che l’assalto fosse sferrato. La mattina dell’azione, nell’ora che precede l’alba, uscì dalle nostre linee con una pattuglia per esplorare le posizioni nemiche. Procedevano per un camminamento: egli primo, gli uomini dietro, in fila indiana. Un faro nemico, che frugava lo spazio, lo illuminò in pieno e subito una scarica di mitragliatrice lo abbattè! Gli uomini che lo seguivano furono salvi del suo sacrificio”.

Angelo Monti racconta così la cerimonia funebre:
“Precedeva uno squadrone di cavalleria seguito dalla banda del Sindacato degli spettacoli pubblici. Poi veniva il feretro inquadrato dai militi in armi della colonna “Terra e Libertà”. Dietro al feretro veniva, solo, il fratello del defunto; poi due vetture cariche di corone; del Partito Massimalista Italiano, del Comitato antifascista italiano di Barcellona, di “Giustizia e Libertà”, della Sezione mitragliatrici “Giacomo Matteotti”, dei Repubblicani italiani, del Gruppo anarchico “Errico Malatesta”, del Comitato anarchico internazionale, della Federazione anarchica francese, della Federazione anarchica bulgara ed altre, ed altre molte.
Una rappresentanza della CNT.FAI, di sette membri, scortata da una delegazione di tutti i partiti antifascisti italiani e spagnoli apriva la seconda sezione. Seguivano delegazioni delle sezioni straniere e poi i militi della colonna “Terra e Libertà” e quindi la rappresentanza dei federali con la loro banda. Da ultimo veniva l’immensa folla di popolo (…)” Commenterà “L’Adunata dei Refrattari” l’anno successivo che “i suoi funerali che ebbero luogo a Barcellona per ordine di Ascaso, furono veramente grandiosi. Possiamo affermare che furono gli ultimi funerali imponenti in favore di un anarchico”.
Un’allusione alla difficile situazione che viveva il campo repubblicano.
[1] G. Sisti, Lo stranier. Vita anarchica di Antonio Cieri, a cura di P. Pollutri, Fedelo’s, Parma 2012, pp. 102-103.
