
Riceviamo e volentieri pubblichiamo [ndr].
In queste settimane, ciò che sta accadendo in Rojava e nel Kurdistan turco colpisce in modo diretto i corpi, le vite e la dignità delle persone, in particolare delle donne e dei bambini. Non si combatte solo con le armi, ma attraverso il controllo quotidiano, l’umiliazione sistematica e la paura normalizzata.
Scrivo da qui. Mi trovo a Mardin, nel Kurdistan turco. Da quando sono arrivata vedo passare carri militari diretti verso il confine siriano, in direzione di Nusaybin. Li vedo ogni giorno. Vedo anche ciò che raramente viene raccontato: persone fermate per strada, gruppi di amici bloccati solo perché insieme, perquisiti “per la sicurezza pubblica”. Ma quale sicurezza, quando bastano cinque o sei giovani fermi a parlare per essere trattati come una minaccia?
Qui succede che padri e madri vengano arrestati davanti ai propri figli. Succede che vengano umiliati fino all’osso, sotto gli occhi dei bambini, che imparano così che l’autorità può entrare nella loro vita in qualsiasi momento, senza spiegazioni. Questa non è prevenzione: è educazione alla paura.
In Rojava, intanto, le condizioni di vita continuano a peggiorare. Nei giorni scorsi sono arrivate notizie drammatiche da Kobane: quattro bambini morti congelati, vittime del freddo, della mancanza di protezione, dell’abbandono. Morire di freddo non è una fatalità naturale, è il risultato di assedi, blocchi, povertà forzata. È il fallimento della comunità internazionale davanti all’infanzia.
I bambini curdi crescono così: tra check-point, città isolate, scuole interrotte, genitori sotto pressione o arrestati. Crescono imparando a tacere prima ancora di parlare, a osservare prima di chiedere, a giustificare la propria presenza. Un bambino che cresce circondato da soldati interiorizza l’idea che la sua esistenza debba essere continuamente legittimata.
In questo contesto, il corpo delle donne diventa un altro campo di battaglia. Ai posti di blocco non vengono controllati solo i documenti, ma gli sguardi, i gesti, i capelli. Per una donna curda, attraversare un check-point significa spesso essere osservata, interrogata, umiliata. E tutto questo avviene davanti ai bambini, che vedono la madre messa in discussione, esposta, ridotta.
Negli ultimi tempi, in Rojava, si moltiplicano testimonianze di donne a cui è stata tagliata la treccia. La treccia, per le donne curde, non è una moda. È identità, memoria, continuità con le madri e le nonne. È dignità. Tagliarla non è un gesto neutro: è una violenza simbolica, un atto di dominio. Significa colpire ciò che rappresenta la donna, non solo il suo corpo.
Umiliare una donna significa colpire la famiglia, i figli, l’intera comunità. È una strategia antica: far vergognare per far tacere. Ma la vergogna imposta non cancella l’identità, lascia solo ferite più profonde.
Raccontare tutto questo all’Italia, da qui, non è una scelta: è una responsabilità. Quando vedi i carri diretti al confine, quando assisti agli arresti davanti ai bambini, quando senti la parola “sicurezza” usata per giustificare l’umiliazione quotidiana, capisci che il silenzio diventa complicità.
Non si può parlare di ordine pubblico mentre si spezza l’infanzia. Non si può parlare di stabilità mentre si umiliano le donne. Non si può parlare di sicurezza mentre un popolo intero vive sotto controllo.
Una treccia non dovrebbe diventare un campo di battaglia. Un bambino non dovrebbe morire di freddo. Una città non dovrebbe essere trattata come una prigione a cielo aperto.
Questo non è un problema locale. È una violazione sistematica dei diritti umani. E chi oggi sceglie di non vedere, domani non potrà dire di non sapere.
