di Andrea Bui*

Le dichiarazioni della deputata e consigliera comunale della Lega Laura Cavandoli sulle carceri riducono ancora una volta un problema complesso a uno schema propagandistico: le carceri sarebbero sovraffollate perché ci sono “troppi stranieri”. È una lettura comoda, utile alla polemica politica, ma incapace di spiegare davvero cosa sta accadendo dentro gli istituti penitenziari italiani e dentro quello di Parma.
Partiamo da un punto semplice: la presenza di persone straniere in carcere è un dato reale, ma non è una spiegazione. Dire che in alcune regioni del Nord la quota di detenuti stranieri è alta non significa aver individuato la causa del sovraffollamento. Significa, semmai, dover guardare a come funzionano il sistema penale, le politiche migratorie, l’accesso alla difesa, alle misure alternative, al lavoro, alla casa, ai documenti e ai percorsi di reinserimento.
A Parma, inoltre, il dato va maneggiato con precisione. La scheda dell’Osservatorio Antigone sugli istituti penitenziari di Parma, basata su dati del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, indica al 31 maggio 2026 una capienza regolamentare di 655 posti, 804 persone detenute presenti e 338 detenuti stranieri. Parliamo quindi di circa il 42% dei presenti, non di “oltre la metà”. È comunque un dato importante, ma raccontarlo come se fosse la causa unica del problema significa deformare la realtà.
Il sovraffollamento carcerario non nasce da una fotografia etnica della popolazione detenuta. Nasce da un sistema che continua a usare il carcere come risposta ordinaria a problemi sociali, sanitari, abitativi, di dipendenza, marginalità e povertà. Antigone ricorda che a livello nazionale le carceri sono ormai ben oltre la capienza reale: oltre 64 mila persone recluse, con un tasso di affollamento reale intorno al 139%. Il punto non è “chi riempie” il carcere, ma perché continuiamo a riempirlo.
Anche la presenza di detenuti stranieri va letta dentro questo quadro. A livello nazionale, la quota di stranieri in carcere è stabile da anni, attorno al 31-32%. Non siamo davanti a un’esplosione improvvisa. Inoltre, i detenuti stranieri sono più spesso giovani, più spesso in attesa di giudizio, più spesso con pene più brevi o residui di pena che potrebbero consentire l’accesso a misure alternative. Il problema è che proprio per loro l’accesso a queste misure è più difficile: mancano residenza stabile, reti familiari, casa, lavoro, documenti, mediazione linguistica, orientamento giuridico e sociale.
Dunque la domanda seria non è: “quanti stranieri ci sono in carcere?”. La domanda seria è: perché una persona povera, senza casa, senza permesso stabile, senza reti sociali e senza strumenti per accedere alle alternative finisce e resta più facilmente in carcere? E perché la politica che oggi grida contro il sovraffollamento è la stessa che ha prodotto nuove fattispecie di reato, più aggravanti, pene più lunghe e una cultura penale sempre più chiusa?
C’è poi un altro grande rimosso: la legge sulle droghe. Una quota enorme della popolazione detenuta entra o resta in carcere per reati collegati agli stupefacenti o per condizioni di dipendenza. Il Libro Bianco sulle droghe segnala che nel 2024 oltre un terzo dei detenuti era ristretto per violazioni del Testo unico sugli stupefacenti e che quasi un terzo delle persone presenti in carcere era certificato come tossicodipendente. Anche qui, il carcere viene usato come contenitore di problemi che avrebbero bisogno di politiche sanitarie, sociali e territoriali.
Il carcere di Parma conferma questa complessità. Non è un istituto qualsiasi: è l’unico carcere di massima sicurezza dell’Emilia-Romagna, ospita persone in 41-bis, Alta Sicurezza, detenuti con problemi sanitari, sezioni ordinarie, sezioni a trattamento avanzato, persone anziane e persone giovani con gravi problemi di dipendenza. La scheda Antigone segnala criticità materiali e organizzative: sezioni ancora a celle chiuse, acqua calda non sempre garantita, formazione professionale limitata, un numero insufficiente di mediatori, carenze di personale educativo, uso rilevante di sedativi e ipnotici, autolesionismo superiore alla media degli istituti visitati.
Ridurre tutto questo a “colpa degli stranieri” è una scorciatoia ideologica. Serve a non parlare delle responsabilità politiche: il definanziamento del welfare, la debolezza dell’esecuzione penale esterna, la scarsità di educatori e mediatori, l’assenza di percorsi reali di lavoro e formazione, le politiche sulle droghe, l’inasprimento continuo delle pene, la produzione di nuovi reati e la difficoltà di accesso alle misure alternative.
Se davvero vogliamo ridurre il sovraffollamento e aumentare la sicurezza, la strada non è la propaganda dei rimpatri. La strada è diminuire gli ingressi inutili in carcere, rafforzare le misure alternative, investire negli Uepe, garantire casa e lavoro nei percorsi di uscita, aumentare educatori, psicologi, mediatori culturali, formazione professionale, cura delle dipendenze e salute mentale. Per i detenuti stranieri, questo significa anche rendere accessibili documenti, permessi, residenza, difesa, traduzione e percorsi di regolarizzazione quando possibili.
La sicurezza non si costruisce trasformando il carcere in una discarica sociale. Si costruisce impedendo che le persone entrino ed escano dal carcere senza che nulla sia cambiato nella loro vita. La recidiva non si combatte con gli slogan, ma con il reinserimento. E il reinserimento non si fa indicando un capro espiatorio: si fa assumendosi la responsabilità politica di cambiare un sistema che oggi produce sofferenza, illegalità istituzionale e insicurezza per tutti.
La narrazione delle destre è inefficace, non risolve alcun problema, anzi lo aggrava, perché non sposta di un millimetro il problema della sicurezza, lo utilizza soltanto come motore di propaganda per facili consensi di pancia. La solita ricetta degli ultimi 20 anni che vediamo tutti che risultati ha prodotto.
* Potere al Popolo Parma
