Il passaporto falso di Guido Picelli

di Franco Ferrari

L’anniversario della morte di Picelli in Spagna, che cade ai primi di gennaio, può essere sempre un’occasione stimolante, oltre che per commemorarne la figura, anche per fare il punto su alcuni aspetti della sua biografia che meritano ulteriore approfondimento e precisazione. Ciò vale soprattutto per il periodo successivo al rientro dal confino, sul quale per molto tempo, in assenza di documenti fondamentali e ancora di più per il sovrapporsi di leggende e falsificazioni alimentate soprattutto da ambienti anticomunisti, non si è potuto realizzare un quadro sufficientemente preciso. La ricerca, come per altro avviene per ogni vicenda storica, non ha ancora detto parole conclusive, ma certamente ha acquisito qualche risultato che può essere verificato alla luce di conoscenze precise.

Sarebbe bene, e questo ha correttamente segnalato con il suo recente intervento William Gambetta[1], che anche la celebrazione della memoria storica, inevitabilmente condizionata dalla sensibilità e dal contesto del momento, mantenesse però una fedeltà di fondo a ciò che la storiografia ha già ragionevolmente accertato.

In proposito ho chiesto a “Voladora”, come in precedenti occasioni, ospitalità per due articoli. Con il primo mi propongo di verificare se Picelli, per espatriare dall’Italia una volta rientrato da Lipari, si sia avvalso del sostegno di “Giustizia e Libertà”. Il secondo sarà dedicato ad un tema più complesso, ovvero se Picelli possa essere definito un “dissidente antistalinista”.

Guido Picelli lascia il confino di Lipari ai primi di novembre del 1931, al termine dei cinque anni ai quali era stato condannato dal tribunale fascista. Dopo un breve passaggio a Roma si trasferisce a Milano, dove vive la moglie Paolina che ha trovato lavoro presso la delegazione commerciale sovietica. Il 23 febbraio del 1932, Picelli espatria e si reca a Parigi, dove si trova il centro estero del Partito Comunista d’Italia.

Tra le carte di polizia si trova un documento, datato 21 giugno 1932 che ha per oggetto “passaporti falsificati per l’estero”. Il testo che viene copiato per verificare “se le notizie siano fondate o meno”, proviene dalla Regia Prefettura di Gorizia, la quale riporta un’informazione fornita dal “locale comando della 62^ Legione della Milizia”. Il testo, che riporto integralmente, è il seguente:

Da fonte confidenziale seria e attendibile risulterebbe che i passaporti falsi per l’estero verrebbero compilati a Milano presso la Delegazione Commerciale della Repubblica Sovietica ad opera principalmente della moglie dell’antifascista ex deputato Guido Picelli già confinato a Lipari.

Il Picelli Guido è partito alla volta di Parigi il 23 febbraio u.s., con passaporto falso. Alla R. Questura di Milano fu ad arte detto che il fratello di Picelli residente a Parigi avesse fornito il passaporto che invece proveniva dalla Francia alla di lui moglie ad opera di “Giustizia e Libertà” di Parigi, sotto nome straniero con la fotografia di Guido Picelli, col visto entrare in Italia a Domodossola. Fu portato al Consolato Francese di Milano e timbrato regolarmente. Il Picelli espatriò passando per Ventimiglia la notte del 23 al 24 febbraio u.s.

La moglie del Picelli è impiegata alla Delegazione Commerciale Russa di Milano e percepisce uno stipendio di l. 1000 mensili.

In questa informativa che proviene da una fonte lontana da dove si svolge tutta la vicenda (ovvero Milano), si possono riscontrare alcune informazioni certe e altre improbabili o infondate. Certamente Paolina Picelli lavorava presso la delegazione commerciale sovietica di Milano. Una collocazione ottenuto attraverso il Partito Comunista. Di questo abbiamo traccia nella lettera di Bruno Zecchini (“il biondo”) che riferisce al centro del Partito una serie di lamentele e di giudizi molto acidi sul conto di Picelli e della moglie maturati nel contesto delle polemiche che divisero la comunità dei confinati comunisti di Lipari. Scriveva infatti Zecchini (nella tarda primavera del 1932) che “il Picelli aveva l’intenzione di inviare all’interno la moglie per fare interessare il partito sulla sua personale situazione in vista al suo ritorno a casa che doveva avvenire dopo 4 mesi[2]. Il periodo di tempo considerato è quello che passava tra il ritorno del “Biondo” a Venezia e la fine del confino di Picelli.

Non è affatto chiaro perché se, come si ipotizza, i passaporti falsi per l’estero venivano compilati dalla stessa Paolina, ci sarebbe stata la necessità di far intervenire “Giustizia e Libertà” da Parigi. Quanto alla data dell’espatrio clandestino di Picelli, l’informativa è giusta ma, come ve<zdremo, il passaggio da Ventimiglia non è la versione più credibile fra le tante che si ritrovano nelle carte di polizia. Va inoltre aggiunto che l’informatore anonimo non sembra ancora edotto, a metà giungo, del fatto che Paolina Picelli si è licenziata dalla delegazione sovietica il 28 aprile e si trova già in Francia da diverse settimane.

Paolina Rocchetti e Guido Picelli a Lipari nel marzo 1927.

La Prefettura di Gorizia scrive a giugno, ma quella di Milano già in data 22 marzo aveva dato la propria versione della provenienza del passaporto falso. In una comunicazione al Ministero dell’Interno si informa che:

 “Di seguito a precedente corrispondenza, pregiomi riferire che, secondo notizie fiduciarie riferite alla locale R. Questura, il Picelli sarebbe riuscito ad espatriare con un passaporto spagnolo inviatogli a mezzo corriere dall’esecutivo comunista di Parigi.

Il Picelli giunto a Parigi, si sarebbe presentato allo esecutivo suddetto, dal quale fu inviato in Spagna e pare in Catalogna, Barcellona, con l’incarico di sviluppare il movimento rivoluzionario comunista.

Poiché la moglie di Picelli, ROCCHETTI Paolina, è impiegata alla locale Delegazione Commerciale Sovietica, non è improbabile che il Picelli, a mezzo del corriere diplomatico della stessa Delegazione, possa tener corrispondenza colla moglie all’infuori di qualsiasi controllo postale colla moglie di questo Ufficio”.

Anche in questo caso si mescolano informazioni verosimili ad altre certamente false. Picelli non venne inviato in Spagna (questo avverrà solo nel 1936, dopo l’inizio della guerra civile) ma va sottolineato che in questa versione il passaporto falso gli sarebbe stato inviato dall’esecutivo comunista di Parigi. Ed è effettivamente molto probabile che Picelli da Parigi riesca a scambiare corrispondenza con la moglie che a questa data si trova ancora a Milano. Probabilmente non solo personale ma anche per conto del Partito.

Questa ipotesi è confortata da un’altra informativa, proveniente dalla Francia e datata 29 marzo 1932. Nei suoi giri di propaganda antifascista per conto del Partito, sotto l’egida dei Comitati Proletari Antifascisti, Picelli è sempre seguito e controllato dagli informatori fascisti. In questa comunicazione si fa riferimento a notizie raccolte “dall’amico Leandro” che è stato presentato a Picelli ed “incaricato di accompagnarlo ad Argenteuil”.

Riferisce l’informatore che “strada facendo il Picelli disse a Leandro che aveva urgente bisogno di comunicare con Ercoli (ndr: Togliatti) senza dire però il motivo: più tardi il Picelli si incontrò con Baroni ed allora Leandro poté sentire che allo stesso diceva la medesima cosa aggiungendo che doveva d’urgenza comunicargli di sospendere l’invio della posta a Milano “al solito indirizzo” perché da Milano così era stato comunicato. In tali termini scrisse un biglietto che il Baroni si incaricò di recapitare ad Ercoli[3]. Quindi è certo che l’ex deputato comunista manteneva contatti con l’Italia.

Ora dobbiamo però fare un passo indietro e ricostruire i contatti che Picelli ebbe a Milano, dove si recò, dopo un breve passaggio da Roma, avendone ottenuto l’autorizzazione dalla polizia.

La testimonianza più importante che abbiamo è quella fornita da Fernando Santi nel 1967, in occasione della commemorazione che si tenne al Teatro Regio di Parma alla presenza di Umberto Terracini. Santi aveva militato insieme a Picelli nel Partito Socialista parmense anche se poi i due si erano separati politicamente perché il primo aveva deciso di restare nel vecchio Partito. Sarà nel dopoguerra un dirigente di primo piano della CGIL.

Ha scritto Santi in quell’occasione: “Avvertito dalle isole del suo prossimo arrivo io avevo ricevuto l’incarico di risolvere per Picelli un problema non facilmente risolvibile allora: trovargli un’occupazione che gli consentisse di essere in primo luogo in regola di fronte alla continua sorveglianza della polizia, ma l’occupazione doveva essere fittizia perché Picelli aveva necessità di muoversi ogni giorno e di giustificare questo suo muoversi per i contatti necessari che egli doveva avere con i suoi compagni per preparare la fuga[4]. Quando Santi fa riferimento ai “suoi compagni” evidentemente si riferisce all’organizzazione comunista.

Infatti Picelli riesce a recuperare il rapporto con il Partito Comunista attraverso Italo Nicoletto, un giovane comunista bresciano che era stato anche lui confinato a Lipari. In proposito ha testimoniato Giorgio Amendola che “Nicoletto a Milano era passato a salutare le famiglie dei compagni che aveva incontrato a Lipari, specialmente la famiglia Conforti a Rogoredo. Così era entrato in contatto con l’organizzazione del partito ed era stato avvicinato dal compagno Ripamonti[5].

È lo stesso Nicoletto a ricordare, nel suo libro di memorie, che “il periodo milanese aveva costituito per me un’esperienza importante in quanto oltre che col gruppo degli studenti, ebbi diversi altri incontri; particolarmente con Picelli, compagno di grande coraggio, già Ardito del Popolo che alla testa degli antifascisti parmensi aveva sconfitto Balbo e i suoi squadristi all’Oltre Torrente nel ’22. Già l’avevo incontrato al confino, poi non so come scoprì che mi trovavo alla caserma di piazza S. Ambrogio. Inizialmente non venne lui di persona, ma la moglie che mi riferì che il marito voleva emigrare all’estero. Ne parlai con i compagni che nel ’32 provvidero al suo espatrio clandestino[6].

La decisione dell’espatrio viene confermata dal Comitato centrale del PCI, come ricorderà Togliatti nel necrologio di Picelli, pubblicato sulla rivista del Comintern nel 1937[7].

Sia Santi che Nicoletto confermano quindi che la fuga di Picelli dall’Italia avviene con il supporto del suo Partito, mentre informazioni più dettagliate su come sia avvenuta la fuoriuscita ce la forniscono altri due documenti presenti nelle carte di polizia.

Una nota della Regia Prefettura di Parma del 16 marzo fornisce questi elementi:

Con riferimento alla ministeriale 8 corrente N. 14693/85410 comunica che da sicura fonte confidenziale viene riferito a questo Ufficio Politico investigativo che l’ex deputato Picelli Guido sarebbe effettivamente espatriato verso la Svizzera, la sera del 23 febbraio u.s. in compagnia di altri due individui, dei quali uno triestino, ricercato perché denunziato al Tribunale Speciale.

Il Picelli, che nel pomeriggio del suddetto 23 febbraio si trovava ancora a Milano, circa le ore 22 dello stesso giorno, da località di oltre frontiera avrebbe dato notizia dell’avvenuto espatrio, a mezzo telegramma, a tal Benoldi Rag. Alfredo fu Stefano e di Barbacini Adalgisa, nato a Parma il 18 dicembre 1888, residente a Milano dal 1930, in via Poerio 3, noto socialista, dalla Questura di Milano compreso nell’elenco delle persone da arrestare in determinate contingenze.

Non si conosce ancora il mezzo usato per varcare la frontiera, né l’attuale recapito del Picelli; considerando per altro il brevissimo tempo impiegato per oltrepassare il confine, da Milano (4 o 5 ore) non è da escludere che il Picelli si sia munito di falsi documenti. E poiché, appena riuscito nel tentativo di espatrio, egli si affrettò a darne telegrafico avviso a Milano al nominato Rag. Benoldi, anziché alla moglie, tuttora residente a Milano e occupata presso quella delegazione Commerciale Sovietica, è altresì a sospettare che il Benoldi non sia estraneo alle pratiche dell’espatrio, se pure non ne abbia fornito i mezzi idonei.

Detto Benoldi da anni era intimo amico del Picelli e, pertanto, si riterrebbe opportuno che il controllo postale venisse steso (sic!) alla corrispondenza del Benoldi, al fine di conoscere l’attuale residenza del Picelli, essendo probabile che essi si mantengano in rapporti epistolari”.

La Prefettura di Parma invia il 13 aprile 1932 una nuova comunicazione nella quale è esplicitata la fonte delle precedenti informazioni. Infatti si riferisce che:

Detto Guatelli, che fu confinato a Lipari col Picelli, apprese la notizia direttamente dal Benoldi dalla moglie del Picelli.

Interpellato nuovamente, il Guatelli ha confermato la notizia del telegramma senza però potere assicurare che fosse diretto personalmente al Benoldi o ad altri e se redatto o meno in linguaggio convenzionale. Lo stesso Guatelli che in questi giorni ebbe modo di avvicinare nuovamente il Benoldi e la moglie di Picelli, soggiunge che il Picelli espatriò verso la Svizzera, passando per Como, munito di passaporto falso che, mancando di mezzi, gli vennero anticipate a titolo di prestito, 300 aut 400 lire dal Benoldi e dall’Abati Alessandro fu Florindo, ex confinato, residente a Milano Viale Corsico n. 41 con promessa restituzione da parte della moglie del Picelli il Guatelli riferisce ancora che la moglie del Picelli, gelosissima del marito, farà di tutto per raggiungerlo all’estero, ricorrendo ove fosse necessario, anche a mezzi illegali.

Nel far presente che il Gautelli (sic!) sé fin qui dimostrato elemento serio e ponderato, pregherei che in eventuali constatazioni fosse sottaciuto il di lui nome, onde non compromettere una fonte di utili informazioni”.

Giuseppe Guatelli, l’informatore in contatto con Benoldi e con Paolina, era stato dirigente del PCI negli anni venti ma si era allontanato dal partito nei primi anni Trenta (non ho individuato la data esatta e quindi non so se quando riferisce notizie alle autorità fasciste fosse ancora comunista o meno). Più tardi diventerà esponente del Partito Repubblicano. Alessandro Abati, citato come colui che insieme al Benoldi fornisce un aiuto in denaro a Picelli, faceva il cameriere e apparteneva al Partito Comunista.

I vari informatori della polizia fascista invieranno informazioni contrastanti sul percorso seguito da Picelli per uscire dall’Italia, ma le informazioni fornite dalla Prefettura di Parma sono le più precise e circostanziate e fornite da fonti vicine alla stessa Paolina.

Picelli espatria il 23 febbraio 1932 e contatta immediatamente il centro estero del Partito a Parigi. Alla fine di aprile anche Paolina lascia l’Italia. Il 30 di quel mese Guido scrive a Togliatti per chiedere che anche la moglie possa seguirlo a Mosca, il che conferma che la decisione del suo trasferimento nella capitale sovietica è stato deciso poco dopo il suo arrivo in Francia. In questa sede ci interessa l’inizio della lettera laddove Picelli scrive: “tutto è andato bene. La mia compagna è arrivata ieri nel pomeriggio. Permetti mio riscontrare una volta ancora la perfetta organizzazione della particolare attività del nostro Partito nonché la capacità di lavoro dei compagni[8]. Sembra evidente che quel “riscontrare una volta ancora” debba essere collegato al proprio precedente espatrio.

Sulla fuga di Paolina, benché preavvertiti dalla “soffiata” di Guatelli, i fascisti arrivano tardi. Un documento della Prefettura di Milano del 13 maggio 1932 riferisce che: “in relazione alla mia n° 017866 in data 3 corr., pregiomi riferire che la Rocchetti Paolina, fu Vittorio, moglie del comunista Picelli Guido è stata licenziata il 28 dello scorso Aprile dalla locale Delegazione Commerciale Sovietica.

Il 2 corrente essa si è allontanata da casa ne vi ha fatto più ritorno; mentre quest’Ufficio stava facendo indagini per rintracciarla ed aveva rinnovato le circolari di ricerche, in seguito anche alla diramazione della fotografia della Rocchetti, pervenne da quest’ultima alla padrona della camera mobiliata che essa qui occupava, una lettera che risulta impostata a Parigi.

In detta lettera la Rocchetti (o persona che si qualifica tale) scrive che presto manderà il proprio recapito a Parigi ed anche una fotografia sua insieme al marito.

Se la Rocchetti è realmente già espatriata si suppone, data la rapidità dell’espatrio che essa era munita di passaporto falso”.

In realtà come sappiamo dalla lettera citata di Picelli a Ercoli (Togliatti), Paolina è arrivata a Parigi il pomeriggio del 29 aprile e dalla stessa lettera sappiamo che, a differenza di Guido, non aveva avuto bisogno di prestiti di denaro perché “aveva da poco riscosso lo stipendio dalla Rappresentanza Commerciale dell’U.R.S.S.”.

Dobbiamo infine considerare un ultimo documento: la nota autobiografica compilata da Picelli poco dopo l’arrivo a Mosca, nel quale segnala di avere lasciato l’Italia ed essere arrivato a Parigi “con i mezzi del Partito”[9].

Mentre risultano confermati i contatti con il Partito Comunista e il suo diretto coinvolgimento nell’espatrio non abbiamo alcuna fonte che riferisca di rapporti con esponenti di “Giustizia e Libertà” a Milano, dove il gruppo che faceva riferimento a questo movimento era stato duramente colpito dalla polizia diverso tempo prima.

Tornando all’interrogativo iniziale, l’informazione proveniente dalla Prefettura di Gorizia sul ruolo di “Giustizia e Libertà” nel fornire il passaporto a Picelli risulta decisamente poco attendibile. Una volta arrivato a Milano i rapporti diretti di cui abbiamo conoscenza erano intercorsi con militanti del partito comunista (Nicoletto e Abati) o socialisti che erano stati conosciuti a Parma (Santi e Benoldi). Ed è attraverso la struttura clandestina del PCI che avviene l’espatrio di Guido così come quello di Paolina due mesi dopo. Tutta la documentazione, oltre che l’analisi del contesto, puntano sulla disponibilità di un passaporto falso, ma quasi certamente fornito dal centro comunista di Parigi e forse arrivato a destinazione attraverso il corriere diplomatico della delegazione commerciale sovietica di Milano.


[1] Gambetta, W., Il rivoluzionario spogliato della rivoluzione. Ancora su Guido Picelli, Voladora, 6 gennaio 2026.

[2] Ferrari, F., Picelli, il Biondo e “l’amico sconosciuto”, Voladora, 4 gennaio 2024.

[3] Sicuri, F. (a cura di), Guido Picelli, Centro di Documentazione Remo Polizzi, 1987, p. 86.

[4] Terracini, U., Guido Picelli nel 30° anniversario della sua scomparsa. Conferenza tenuta il 12 febbraio 1967 al teatro Regio di Parma, ANPPIA, 1969, pp. 7-8.

[5] Amendola, G., Un’isola, Rizzoli, 1980, p. 54.

[6] Nicoletto, I., Anni della mia vita, (seconda edizione riveduta), Luigi Micheletti editore, 1981, pp. 60-61.

[7] Ferrari, F., Indagine su Picelli. Fatti, documenti, testimonianze, Youcanprint, 2023, pp. 213-15.

[8] Ferrari, F., Picelli, il Biondo e “l’amico sconosciuto”, Voladora, 4 gennaio 2024.

[9] Ferrari, F., Indagine su Picelli, cit., p. 134.