Gramsci oggi: contro la “tendenza a mummificarsi e diventare anacronistici”

di Matteo Battilani

Ringraziando il blog Progetto Me-Ti, pubblichiamo una riflessione già uscita sul loro sito il 3 aprile scorso [ndr].

“Una delle manifestazioni più tipiche del pensiero settario […] è quella per cui si ritiene di poter fare sempre certe cose anche quando la «situazione politico-militare» è cambiata. Tizio lancia un grido e tutti applaudono e si entusiasmano; il giorno dopo, la stessa gente che ha applaudito e si è entusiasmata a sentire lanciare quel grido, finge di non sentire, scantona ecc.; al terzo giorno la stessa gente rimprovera Tizio, lo rintuzza, e anche lo bastona o lo denunzia. Tizio non ne capisce nulla; ma Caio che ha comandato Tizio, rimprovera Tizio di non aver gridato bene, o di essere un vigliacco o un inetto ecc. Caio è persuaso che quel grido, elaborato dalla sua eccellentissima capacità teorica, deve sempre entusiasmare e trascinare, perché nella sua conventicola infatti i presenti fingono ancora di entusiasmarsi ecc.”[1]

Una delle argomentazioni classiche che mirano a screditare qualsiasi progetto socialista non riformista nel XXI secolo è quella secondo cui il comunismo sarebbe “roba vecchia”, un’esperienza storica conclusa che sarebbe anacronistico riproporre oggi. Ancor prima di evocare tutti i suoi terribili crimini, è sufficiente collocarlo nella storia del Novecento per rimuoverlo dall’orizzonte delle alternative possibili. Questo genere di argomentazioni molto deboli e triviali ha una lunga tradizione: ciclicamente, ogni vent’anni a partire dalla fine dell’Ottocento si decretava Marx “deceduto” e il comunismo “superato” in favore di progetti più moderati ma più “realistici”. Eppure, la crisi endemica del capitalismo mondiale, la tendenza alla guerra in cui ci sta trascinando l’imperialismo e la crisi climatica globale, mettono in luce con tutta evidenza la necessità di una trasformazione radicale. Non si tratta, dunque, di una nostra tendenza ideologica precostituita, ma di una risposta ad alcune contraddizioni del modello di sviluppo capitalistico che rendono il suo superamento un’esigenza ancora attuale.

Allora per quali ragioni la proposta comunista è considerata anacronistica al punto che il senso comune, spesso, tende a identificare i “comunisti” con un gruppo di vecchi nostalgici? Le ragioni sono senza dubbio numerose e, tra queste, ha giocato sicuramente un ruolo centrale il fatto che l’ideologia dominante tenda a naturalizzare l’ordine delle cose presenti. Tuttavia, occorre riconoscere che alcuni compagni hanno prestato gioco alla diffusione di questo luogo comune. Infatti, se ogni progetto di rottura rivoluzionaria continua ad essere visto come “roba passata” è anche perché numerose organizzazioni continuano a rifarsi dogmaticamente a modelli, forme politiche ed organizzative del passato, assolutizzando alcuni elementi dell’esperienza storica del comunismo di questa o quella corrente.

Il problema – è bene chiarirlo subito – non è semplicemente quello dell’identitarismo e del “feticismo” per certi simboli, parole d’ordine e via dicendo. Questo è piuttosto un riflesso della “mummificazione” dell’analisi e della strategia di certi gruppi che, oramai, rappresentano dei “documenti storico-politici delle varie fasi della storia passata.”[2] Affermare questo non significa rifiutare il confronto con il proprio passato, né tantomeno abbandonarsi a una fascinazione ingenua e infantile per il nuovo, tutt’altro. Il vetero-comunismo e il nuovismo sono ugualmente il prodotto dell’assenza di senso storico e di una impostazione sbagliata del problema della lettura del passato e del presente.

Elaborare una strategia di rottura rivoluzionaria nel 2026 ci impone inevitabilmente di guardare al passato e a quella concatenazione di eventi che ci ha portato qui e oggi. Vale sia per i processi macroscopici (l’analisi dello sviluppo del capitalismo globale e della sua trasformazione, della composizione sociale e di classe ecc.) sia per la “nostra” storia, la storia del movimento comunista che oggi si trova in una fase di reflusso decennale. Il problema del rapporto con la nostra storia però, non è un problema che riguarda solo il merito, ma anche e soprattutto il metodo. In altre parole, non si tratta di certificare quali esperienze furono più o meno rivoluzionarie e di quali santini mettere nel nostro Pantheon. Il problema non è il giudizio e la presa di posizione pubblica su certi argomenti “storici”, quanto piuttosto affrontare il tema del rapporto tra passato e presente, del peso della tradizione a seguito dei processi rivoluzionari, e soprattutto dell’importanza di questa storia per quanto riguarda l’elaborazione di una strategia rivoluzionaria nel presente.

Antonio Gramsci, molto prima di noi, affronta questa serie di problemi nei Quaderni del carcere; e anche se mentre scriveva in carcere si trovava in una situazione molto differente da quella in cui ci troviamo oggi, il suo contributo all’impostazione del problema rimane valido e puntuale. Le riflessioni di Gramsci sono ancora di estrema attualità proprio perché il suo metodo storicista è in grado di distinguere tra quanto è “strutturale” e quanto, invece, sorpassato e legato a fasi storiche precedenti. Ciò vale sia per quanto riguarda la società capitalistica, che, di conseguenza, per quanto riguarda la strategia e le forme organizzative dei comunisti.

In particolare, è interessante soffermarsi sull’analisi che Gramsci fa della Rivoluzione francese, paragonata sistematicamente a quella russa, in modo da illuminare alcuni elementi che riguardano la strategia politica dei partiti e dei soggetti che operarono in questi momenti di cesura epocale e negli anni successivi. Partiremo dunque dall’analisi di Gramsci della Rivoluzione francese, per poi approfondire il suo metodo storico evidenziando la sua utilità generale per quanto riguarda la strategia politica ancora oggi.

1) la Rivoluzione francese dopo la Rivoluzione francese

Gramsci riflette approfonditamente sulla Rivoluzione francese analizzando diversi aspetti che la caratterizzano e confrontandola costantemente con altre esperienze rivoluzionarie. La Rivoluzione francese è un termine di paragone fondamentale per il risorgimento italiano, che non si sviluppa sulla stessa linea progressiva proprio a causa dell’incapacità del Partito d’Azione di esprimere una volontà popolare (ovvero di uscire dai propri circoli di illuminati). Allo stesso tempo la Rivoluzione francese rappresenta un termine di paragone per tutte le rivoluzioni successive, a partire da quella russa, che mantiene diversi punti di contatto con l’esperienza propriamente giacobina.

Un primo aspetto metodologico che individua Gramsci è quello di analizzare i processi nella loro lunga durata, con tutti i loro strascichi. La Rivoluzione francese viene dunque periodizzata 1789-1871, ovvero fino alla Comune di Parigi. Parlando di periodizzazioni e di criteri metodologici Gramsci scrive, “Infatti solo nel 1870-71, col tentativo comunalistico si esauriscono storicamente tutti i germi nati nel 1789 […] Inoltre, col 1870-71, perde efficacia l’insieme di principii di strategia e tattica politica nati praticamente nel 1789 e sviluppati ideologicamente intorno al 48 (quelli che si riassumono nella formula della «rivoluzione permanente» […]).”[3]

Propria della Rivoluzione francese è, dunque, la strategia che la caratterizza, ovvero la “rivoluzione permanente”. Secondo la lettura che Gramsci da a questa formula, si tratta della rivoluzione che si sviluppa su una linea ascendente, senza mediazioni né interruzioni fino alla presa di potere insurrezionale. Una rivoluzione “immediata” che si spinge alle sue estreme conseguenze in un momento di crisi, partendo dalla rivoluzione “borghese” per poi superarla sulla spinta del proletariato. Questa strategia rivoluzionaria viene recuperata dai rivoluzionari socialisti decenni dopo la caduta di Robespierre. Tra i tanti, Marx per primo recupera questo termine nell’Indirizzo inaugurale della lega dei comunisti (1850) per indicare la strategia che i comunisti avrebbero dovuto adottare per la presa del potere. Molto dopo Marx, la stessa formula della “rivoluzione permanente” è recuperata da Trotsky, ed è anche contro di lui che Gramsci polemizza aspramente nelle pagine dei Quaderni.

Il succo della riflessione di Gramsci su questa strategia è l’idea che la “rivoluzione permanente” sia una strategia superata a causa della trasformazione molecolare della società civile. Lo Stato, a partire dalla metà dell’Ottocento, rafforza le sue strutture egemoniche e impone ai rivoluzionari di confrontarsi con la costruzione del consenso e dell’egemonia senza poter riproporre la classica insurrezione popolare quarantottesca. Se nel 1848 i rivoluzionari socialisti pensavano di poter replicare l’esempio della Rivoluzione francese senza grandi modificazioni – ed è quello che propone lo stesso Marx per la Germania nelle pagine del Manifesto – questa cosa non era già più possibile; e lo era, quindi, ancora meno nei primi del Novecento.

“Nel periodo dopo il 1870, […] tutti questi elementi mutano, i rapporti organizzativi interni e internazionali dello Stato diventano più complessi e massicci e la formula quarantottesca della «rivoluzione permanente» viene elaborata e superata nella scienza politica nella formula di «egemonia civile».”[4]

Molti, in primis Togliatti, hanno voluto interpretare questo famosissimo passaggio di Gramsci come un’abiura della “rivoluzione” in favore della “riforma”, e quindi l’idea di una graduale lotta “di trincea” che giunge al socialismo per tappe. In realtà, non è questo il fulcro della riflessione di Gramsci, il quale, invece, pone in maniera chiara in numerosi passaggi il tema della rottura e della presa del potere rivoluzionaria, nonostante l’autocensura dovuta al carcere. Il punto, semmai, è quello della strategia in relazione alla fase e alla situazione differente in cui si trovano ad operare i soggetti politici.

Gramsci nota un fenomeno interessante: alcuni momenti di cesura storica che fanno epoca, come la Rivoluzione francese, segnano indelebilmente l’elaborazione della strategia, le forme di organizzazione e il linguaggio degli esperimenti successivi. Il tema è quindi quello del “peso della tradizione” a seguito di alcuni tornanti storici fondamentali che segnano in modo indelebile l’agire collettivo e l’immaginario. Per quale motivo Marx ed Engels, quando scrivono il Manifesto del Partito Comunista, immaginano per la Germania una rivoluzione che segue gli stessi passaggi di quella francese di sessant’anni prima? Proprio a causa dell’influenza di questo momento topico della storia europea sull’immaginario dei rivoluzionari per quasi un secolo. Lo stesso Marx, a seguito della sconfitta della rivoluzione, avrebbe rivisto le proprie posizioni mettendo in luce i limiti di quella impostazione un po’ ingenua, ma il dato interessante è proprio come questi processi rivoluzionari segnino le elaborazioni successive. Il peso di questa tradizione non si sente solo all’interno del movimento rivoluzionario, ma anche per tutta la vita politica francese che Gramsci commenta nelle pagine dei Quaderni.

Com’è noto la Rivoluzione francese si sviluppa determinando specifiche forme organizzative (i clubs), si articola in particolari frazioni e gruppi (giacobini, girondini, foglianti ecc.), e produce specifiche strategie politiche (per l’appunto la “rivoluzione permanente”). Tutte queste forme rimangono dopo la rivoluzione come un tatuaggio indelebile nella storia nazionale francese, al punto che resistono alla nuova epoca, e, nel 1914, la crisi politica in Francia è ancora profondamente segnata da questa esperienza.

Si è già fatto l’esempio della “rivoluzione permanente”, un altro esempio è quello dei “clubs”. Secondo Gramsci, infatti, si può “studiare come fino al 70 Parigi sia rimasta sotto l’incanto delle forme politiche create dalla Rivoluzione del 1789, di cui i clubs furono la manifestazione più appariscente ecc.”[5] Ma oltre alle forme organizzative e strategiche, il discorso si può estendere all’ideologia e al linguaggio: “I giacobini impiegavano un certo linguaggio, erano convinti fautori di una determinata ideologia; nel tempo e nelle circostanze date, quel linguaggio e quella ideologia erano ultrarealistici, perché ottenevano di mettere in moto le energie politiche necessarie ai fini della Rivoluzione e a consolidare permanentemente l’andata al potere della classe rivoluzionaria; furono poi staccati, come avviene quasi sempre, dalle condizioni di luogo e di tempo e ridotti in formule e divennero una cosa diversa, una larva, parole vacue e inerti.”[6]

A più di un secolo dalla Rivoluzione, il peso della tradizione rivoluzionaria ancora gravava sulla Francia della Terza repubblica: “La crisi in Francia. Sua grande lentezza di sviluppi, I partiti politici francesi: essi erano molto numerosi anche prima del 1914. La loro molteplicità formale dipende dalla ricchezza di eventi rivoluzionari e politici in Francia dal 1789 all’Affare Dreyfus: ognuno di questi eventi ha lasciato sedimenti e strascichi che si sono consolidati in partiti.”[7] Il problema, ovviamente, è che questi sedimenti smettono di essere aderenti al presente a causa della trasformazione della fase e della situazione. Lo stesso linguaggio che poteva sembrare “ultrarealistico” diventa incomprensibile con il passare del tempo, e il fatto che certe correnti di rivoluzionari lo recuperino senza “tradurlo” comporta la sua non-leggibilità da parte dei soggetti sociali a cui ci si rivolge.

Quando Gramsci parla della Francia e del giacobinismo è fin troppo evidente che parli anche del movimento operaio della sua epoca, e quanto ci dice ancora oggi assume ancora più valore. Ad esempio, un passaggio del Quaderno 13 in cui parla del partito politico e della sua capacità di “di reagire contro lo spirito di consuetudine, contro le tendenze a mummificarsi e a diventare anacronistico” sembra scritto apposta per il 2026.

“I partiti nascono e si costituiscono in organizzazione per dirigere la situazione in momenti storicamente vitali per le loro classi; ma non sempre essi sanno adattarsi ai nuovi compiti e alle nuove epoche, non sempre sanno svilupparsi secondo che si sviluppano i rapporti complessivi di forza (e quindi posizione relativa delle loro classi) nel paese determinato o nel campo internazionale. Nell’analizzare questi sviluppi dei partiti occorre distinguere: il gruppo sociale; la massa di partito; la burocrazia e lo stato maggiore del partito. La burocrazia è la forma consuetudinaria e conservatrice più pericolosa; se essa finisce col costituire un corpo solidale, che sta a sé e si sente indipendente dalla massa, il partito finisce col diventare anacronistico, e nei momenti di crisi acuta viene svuotato del suo contenuto sociale e rimane come campato in aria. Si può vedere cosa avviene a una serie di partiti tedeschi per l’espansione dell’hitlerismo. I partiti francesi sono un campo ricco per tali ricerche: essi sono tutti mummificati e anacronistici, documenti storico-politici delle varie fasi della storia passata francese, di cui ripetono la terminologia invecchiata: la loro crisi può diventare ancora più catastrofica di quella dei partiti tedeschi.” [8]

Il rischio di diventare “mummificati e anacronistici” è sempre presente, specialmente a causa della rapidissima trasformazione della società capitalistica che non è sempre di facile interpretazione. Una volta individuato questo problema però, il punto è come affrontare da un punto di vista metodologico il rapporto con la storia e con la tradizione, come elaborare una strategia conforme al presente sulla base di un bilancio critico del passato. È su questo tema che Gramsci tira fuori le sue riflessioni più profonde e che, molto oltre il paragone con la Rivoluzione francese, può essere generalizzato.

2) Continuità e tradizione

In un denso passaggio dei Quaderni intitolato “Continuità e tradizione”, Gramsci, attraverso una metafora, paragona la “tradizione” che si genera all’interno dei partiti politici al “diritto”, il quale, nella società, ha una specifica funzione: “attraverso il «diritto» lo Stato rende «omogeneo» il gruppo dominante e tende a creare un conformismo sociale che sia utile alla linea di sviluppo del gruppo dirigente”. Nel partito avviene lo stesso: “Questo problema contiene in nuce tutto il «problema giuridico», cioè il problema di assimilare alla frazione più avanzata del raggruppamento tutto il raggruppamento: è un problema di educazione delle masse, della loro «conformazione» secondo le esigenze del fine da raggiungere.”[9]

Il partito elabora una serie di forme politiche, di parole d’ordine, di linguaggi – conformi a una strategia e a una determinata visione del mondo – che si fissano e che svolgono una funzione fondamentale in un primo momento, ovvero quella di diffondere questa strategia e renderla popolare. Un “conformismo” che, a un primo stadio della relazione pedagogica partito-classe, è funzionale e necessario. Il diritto rappresenta un elemento di continuità per l’elaborazione successiva, ma come il diritto in una società non può essere eterno e immutabile, lo stesso vale per le forme organizzative del partito e la sua strategia. “La continuità «giuridica» del centro organizzativo non deve essere di tipo bizantino-napoleonico, cioè secondo un codice concepito come perpetuo, ma romano-anglosassone, cioè la cui caratteristica essenziale consiste nel metodo, realistico, sempre aderente alla concreta vita in perpetuo sviluppo. Questa continuità organica richiede un buon archivio, bene attrezzato e di facile consultazione, in cui tutta l’attività passata sia facilmente riscontrabile e «criticabile».”[10]

Il paragone con il diritto è particolarmente efficace perché rende bene l’idea della “cristallizzazione” a cui può portare l’adesione acritica a una certa tradizione. Da un lato si trova il diritto eterno e immutabile, una concezione essenzialmente borghese della legge che serve a naturalizzare lo stato di cose presenti, dall’altro un’idea storicista del diritto, che si conforma alle nuove esigenze sulla base dell’evoluzione dei rapporti sociali. Le forme politiche che le organizzazioni rivoluzionarie raccolgono dal passato possono e devono essere “criticate” nella misura in cui non corrispondono a esigenze strategiche del presente. Questo in virtù del fatto che la strategia è la prima a dover essere rivista a fronte di una situazione politica differente, conformandosi a una nuova analisi obbiettiva e scientifica.

Questi suggerimenti di Gramsci, d’altra parte, non vanno presi come un invito a buttarsi alle spalle tutto quello che viene dal passato come “vecchio”. In un altro splendido passaggio dei Quaderni si può leggere un lapidario commento che mette in guardia da questa tendenza opposta e altrettanto pericolosa:

 “[…] Ma il passato è perciò da buttar via? È da gettar via ciò che il presente ha criticato «intrinsecamente» e quella parte di noi stessi che a ciò corrisponde. Cosa significa ciò? Che noi dobbiamo aver coscienza esatta di questa critica reale e darle un’espressione non solo teorica, ma politica. Cioè dobbiamo essere più aderenti al presente, che noi stessi abbiamo contribuito a creare, avendo coscienza del passato e del suo continuarsi (e rivivere).”[11]

Il problema è, semmai, discernere tra quanto vada conservato e quanto vada storicizzato, ovvero, essere in grado di cogliere quanto sia strutturale e imprescindibile in relazione agli obbiettivi che ci si pone, e cosa invece è sorpassato. Si tratta, in conclusione, del problema del metodo a cui abbiamo ripetutamente accennato e che consiste, secondo Gramsci, nel “distinguere i movimenti organici (relativamente permanenti) da i movimenti che si possono chiamare di congiuntura”:

“I fenomeni di congiuntura sono certo dipendenti anch’essi da movimenti organici, ma il loro significato non è di vasta portata storica: essi danno luogo a una critica politica spicciola, del giorno per giorno, che investe i piccoli gruppi dirigenti e le personalità responsabili immediatamente del potere. I fenomeni organici danno luogo alla critica storico-sociale, che investe i grandi aggruppamenti, di là dalle persone immediatamente responsabili e di là dal personale dirigente. Nello studiare un periodo storico appare la grande importanza di questa distinzione. […] L’errore in cui si cade spesso nelle analisi storico-politiche consiste nel non saper trovare il giusto rapporto tra ciò che è organico e ciò che è occasionale: si riesce così o ad esporre come immediatamente operanti cause che invece sono operanti mediaticamente, o ad affermare che le cause immediate sono le sole cause efficienti; nell’un caso si ha l’eccesso di «economismo» o di dottrinarismo pedantesco, dall’altro l’eccesso di «ideologismo», nell’un caso si sopravvalutano le cause meccaniche; nell’altro si esalta l’elemento volontaristico e individuale. […] Il nesso dialettico tra i due ordini di movimento e quindi di ricerca difficilmente viene stabilito esattamente e se l’errore è grave nella storiografia, ancor più grave diventa nell’arte politica, quando si tratta non di ricostruire la storia passata ma di costruire quella presente e avvenire: i proprii desideri e le proprie passioni deteriori e immediate sono la causa dell’errore, in quanto essi sostituiscono l’analisi obbiettiva e imparziale e ciò avviene non come «mezzo» consapevole per stimolare all’azione ma come autoinganno.”[12]

Distinguere tra quanto è strutturale, organico, e tra quanto invece congiunturale, è di fondamentale importanza come presupposto metodologico per operare un’analisi fondata e una strategia rivoluzionaria conseguente. Per rendere ancora più chiara questa distinzione si può fare un esempio: per quanto riguarda il nostro soggetto di riferimento, possiamo essere convinti che il termine “classe” non sia un termine vecchio, e che mantenga la sua profondità analitica e la sua centralità politica anche se non siamo più nel 1920. Questo perché lo sfruttamento della classe lavoratrice rimane un elemento strutturale nel sistema capitalistico, anche se non si tratta più soltanto di tute blu e industria siderurgica. Allo stesso tempo però, è fin troppo evidente che la composizione sociale e la stratificazione delle società occidentali (e anche di quelle “orientali”) non è più la stessa di un secolo fa, e che una serie di fattori modificano sensibilmente la frammentazione della classe lavoratrice. Da questa consapevolezza, ne deriva una necessità di un ripensamento tattico e strategico oltre che un ripensamento delle forme politiche e sindacali, delle parole d’ordine e via dicendo. Da un lato abbiamo il movimento organico del capitale, che si riproduce sulle spalle della classe lavoratrice, dall’altro abbiamo l’articolazione molteplice e storica delle società capitalistiche. La distinzione tra quanto è strutturale e quanto è congiuntura permette dunque di articolare riflessioni che vanno oltre l’adesione a una “tradizione” cristallizzata (la riproposizione anacronistica di un’analisi, di una strategia e di parole d’ordine in parte superate) e il rifiuto antistoricista di un confronto critico con il passato.

5) Nostalgia del passato, nostalgia del futuro

Volendo riprendere il paragone tra Rivoluzione francese e Rivoluzione russa, è possibile analizzare il problema del peso che esercita la tradizione all’interno della nostra area politica. Infatti, così come la Rivoluzione francese ha segnato strategie, forme politiche e organizzative, linguaggio e immaginario dei partiti francesi e dei movimenti rivoluzionari per oltre un secolo; lo stesso ha fatto la Rivoluzione russa e l’esperienza dell’Unione Sovietica per altrettanto tempo, nel bene e nel male. Ancora oggi, infatti, esistono numerose (troppe) organizzazioni che si rifanno dogmaticamente a dei modelli del passato senza rendersi conto dello scorrere del tempo. E così come i partiti francesi nel 1914 risultavano “tutti mummificati e anacronistici, documenti storico-politici delle varie fasi della storia passata francese”[13], lo stesso vale oggi per le decine di organizzazioni comuniste che si rifanno a questa o quella corrente del movimento operaio del Novecento.

Il fatto, purtroppo, è che non è possibile elaborare una strategia e un’organizzazione realistica limitandosi a scimmiottare dei virtuosi modelli del passato. C’è chi ancora legge il “Che fare?” di Lenin come il manuale delle istruzioni del partito rivoluzionario senza distinguere tra le considerazioni generali da quelle legate alla Russia zarista di inizio Novecento. Invece si potrebbe applicare il metodo di Gramsci e distinguere quanto è generale e strutturale (ovvero che riguarda la “critica storico-sociale” e i “grandi raggruppamenti”) da ciò che riguarda la congiuntura (l’“occasionale”). Possiamo, ad esempio, considerare l’esigenza di un’organizzazione centralizzata come una considerazione sempre attuale. Questo perché la struttura stessa del capitalismo e la centralizzazione dello Stato impone una struttura in grado di reggere gli urti e che non si frammenti, oltre che in grado di dare una visione omogenea al proprio blocco sociale. Invece, riproporre la stessa struttura che il Partito Bolscevico aveva nella clandestinità, lo stesso programma, le stesse forme di agitazione ancora oggi, è qualcosa di grottesco e fuori dalla realtà. (Ugualmente grottesco, di riflesso, cestinare l’idea del partito di Lenin in favore delle “moltitudini” ribelli liquidando il “partito” stesso come residuo novecentesco). Anche in questo caso, alla base delle considerazioni che ci permettono di elaborare una teoria dell’organizzazione c’è la capacità di distinguere tra quello che è strutturale, e dunque ancora operante, e quello che è diventato anacronistico. La distinzione tra movimento organico e congiuntura si rivela dunque utile non solo per quanto riguarda l’analisi macroscopica, ma anche per le forme dell’organizzazione, il linguaggio ecc. Più in generale, il metodo di Gramsci ci permette di impostare correttamente ogni ragionamento politico che riguarda la nostra attività quotidiana.

Questo insegnamento di Gramsci, purtroppo, non è stato recepito come avrebbe dovuto. È sufficiente andare ad un corteo per rendersi conto che siamo circondati da “mummie” (per fortuna meno rispetto a dieci anni fa, ma comunque più di quanto ci farebbe piacere). Il fatto che le critiche dei riformisti, spesso, risultino così efficaci nell’indicare il comunismo come “roba vecchia”, è anche a causa di questo approccio mummificato e anacronistico che fa apparire la nostra parte politica come un gruppo di vecchi nostalgici. Non tanto perché si guardi con ripianto verso un’età dell’oro idealizzata e lontana (sebbene non manchino i malinconici cosplayer del PCI o dell’Unione Sovietica). La nostalgia riguarda proprio le vecchie strategie, i vecchi simboli, le iconografie e le vecchie forme organizzative. Si tratta sempre di quella incapacità di “reagire allo spirito di consuetudine” perché si è ancorati al passato e inadatti al futuro. Invece, l’unica nostalgia che ci dovrebbe appartenere, volendo parafrasare un’icona pop che non ha niente a che vedere con Gramsci, è la nostalgia del futuro. Purtroppo però, sia Gramsci che Dua Lipa sono troppo moderni per essere compresi da chi vive ancora nel XX secolo. Si è sempre in tempo per arrivare nel nuovo millennio, non serve la macchina del tempo.


[1] A. Gramsci, Quaderni del Carcere, Q. 15 § (55)

[2] A. Gramsci, Q. 13 § (23)

[3] A. Gramsci, Q. 13 § (17)

[4] A. Gramsci, Q. 13 § (7)

[5] A. Gramsci, Q. 5 § (79)

[6] A. Gramsci, Q. 13 § (37)

[7] ivi

[8] A. Gramsci, Q. 13 § (23)

[9] A. Gramsci, Q. 6 § (84)

[10] Ivi

[11] A. Gramsci, Q. 1 § (156)

[12] A. Gramsci, Q. 13 § (17)

[13] A. Gramsci, Q. 13 § (23)