Il crimine di solidarietà

di Cristina Quintavalla

Se Rodari fosse ancora vivo riscriverebbe le sue fiabe all’incontrario. Le originali aiutavano i nostri figli e nipoti a vedere il mondo da un altro punto di vista, rovesciato, a rompere gli schemi, le narrazioni dominanti e consolidate. L’incontrario era apertura al diverso, all’insolito, libero pensiero e libera fantasia, in cui ci fosse posto per tutti e tutte, belli/brutti, capaci/incapaci, poveri/ricchi bianchi/neri, normali e strani, palestinesi ed ebrei.  

Oggi invece l’incontrario è il mondo visto dall’élite della civiltà e della razza più alta, delle classi resesi egemoni con la forza, con la corruzione, con l’intrigo, della religione universale (quella del rosario di Salvini e dell’omelia a Berlusconi, che era “…un uomo amante della vita”!!!), della famiglia naturale (pedofili e stupratori, ma pur sempre con una regolare famiglia).

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Dove va la sanità pubblica? Un incontro alla Piccola biblioteca partigiana di via Nullo

di Piccola Biblioteca Partigiana

Nel suo programma di presentazione di libri che si ritengono utili al confronto, la Piccola Biblioteca Partigiana organizza un incontro con il Prof. Alfredo Chetta sul libro di Milena Gabanelli e Simona Ravizza, Codice rosso, dedicato alla sanità pubblica.

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Andrea Marvasi: l’avvocato dalla parte dei “pellerossa”

da Compagni e compagne di Parma

Andrea Marvasi (Parma, 2013).

Con la scomparsa di Andrea Marvasi, il Foro di Parma e la città intera perdono non solo un penalista di raro acume, ma un baluardo di civiltà e un instancabile difensore dei diritti. Andrea non ha mai inteso la professione forense come un semplice esercizio tecnico, ma come una missione civile dedicata, per vocazione e spirito, alla causa degli ultimi, di coloro che non si sono arresi e non si arrendono allo stato attuale delle cose, all’ingiustizia, alla disparità assunta come sistema sociale.

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A Parma ci sono alternative: città di nuove alleanze. Il 17 febbraio “The Cost of Growth” all’Astra di Parma

di Nicola Cavallotti

Ripubblichiamo questo articolo già uscito su puntoevirgola.online [ndr].

Uno dei leitmotiv più in voga nella società contemporanea riprende la massima thatcheriana “There Is No Alternative”, quella postura nella quale accettiamo, di fatto, la crescita economica come unica via per lo sviluppo della società umana. Quello slogan, utilizzato più volte dalla Premier inglese negli anni ’80 (ma ampiamente ripreso da altri capi di Stato, si pensi al “Es gibt keine Alternative” della CDU, nella Germania di metà anni ’90) non solo sanciva il passaggio dello Stato dal suo ruolo di regolatore a quello di garante degli interessi privati e del mercato, era soprattutto un manifesto programmatico del progetto neoliberista: non sarebbe potuto esistere un modello alternativo alla società neoliberale, quindi alla crescita infinita. Quella tesi si inseriva in una strategia multilivello, a quel punto già decennale, che prevedeva di limitare progressivamente l’intervento pubblico, in favore del libero mercato, promuovendo la concorrenza, la deregolamentazione e la riduzione della spesa pubblica per i servizi sociali. Ma quelle quattro parole ebbero la forza di codificare il messaggio in un imperativo che non lasciava margine, ostruiva immaginazioni altre, assumeva il governo dell’inconscio collettivo.

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I fan di Vannacci si incontrano a Parma per parlare di Remigrazione, la nuova panacea neofascista

di Potere al popolo Parma

Sono vent’anni almeno che per non parlare dei problemi sociali che si aggravano sempre più, si parla di scontri di civiltà, “difesa della nostra cultura” contro non meglio precisati attacchi che si perdono nelle nebbie del complottismo o vere e proprie bufale, tipo il Piano Kalergi. Tutti i governi che si sono succeduti nel nuovo millennio hanno puntato su un sistema economico che affermava che l’unico modo per stare bene era permettere a un pugno di uomini di arricchirsi senza limiti, a qualunque costo, gettando al vento la scuola e la sanità pubblica, cancellando i diritti sul lavoro perché non ci rendevano competitivi.

Mentre la nostra vita peggiorava, l’unico problema trattato era quello della sicurezza associato all’immigrazione. Prima erano i meridionali, poi gli albanesi, i rumeni e oggi gli islamici e gli africani. La scuola non funziona “perché ce ne sono troppi”, gli ospedali non funzionano “perché curano solo loro”, le nostre città fanno schifo “perché ci sono loro”. È un “loro” indefinito, vago, non sono nemmeno persone reali, incontrate, sono persone raccontate sulle tv, sui social, notizie di cronaca commentate e strumentalizzate da politici che comprensibilmente preferiscono indicarci un capro espiatorio, piuttosto che spiegarci come intendano risolvere i problemi.

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Una treccia non dovrebbe diventare un campo di battaglia. Cronaca dal Rojava

Riceviamo e volentieri pubblichiamo [ndr].

In queste settimane, ciò che sta accadendo in Rojava e nel Kurdistan turco colpisce in modo diretto i corpi, le vite e la dignità delle persone, in particolare delle donne e dei bambini. Non si combatte solo con le armi, ma attraverso il controllo quotidiano, l’umiliazione sistematica e la paura normalizzata.

Scrivo da qui. Mi trovo a Mardin, nel Kurdistan turco. Da quando sono arrivata vedo passare carri militari diretti verso il confine siriano, in direzione di Nusaybin. Li vedo ogni giorno. Vedo anche ciò che raramente viene raccontato: persone fermate per strada, gruppi di amici bloccati solo perché insieme, perquisiti “per la sicurezza pubblica”. Ma quale sicurezza, quando bastano cinque o sei giovani fermi a parlare per essere trattati come una minaccia?

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No alle zone rosse! Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi: esistono soluzioni giuste

di Comitato No alle zone rosse

In città esistono problemi reali: disagio sociale, povertà, consumo di sostanze, conflitti nello spazio pubblico. Negarlo sarebbe sbagliato. Ma le zone rosse non risolvono questi problemi. Li spostano, li aggravano e colpiscono soprattutto chi è già fragile. Questo comunicato serve a spiegare cosa sono davvero, perché non funzionano e quali alternative esistono.

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No alla riforma Nordio della Giustizia

di Comitato Società civile per il NO nel referendum costituzionale di Parma

Sabato scorso, 17 gennaio, nella Sala Arta di Via Treves a Parma, è stato ufficialmente presentato il Comitato provinciale Società civile per il NO nel referendum costituzionale, con una conferenza stampa in cui sono state dettagliate le ragioni per le quali ci si oppone alla riforma della giustizia Nordio.

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Oltre il muro del silenzio. Venerdì 21 novembre a Fidenza una serata sulle condizioni di vita in carcere

di Potere al popolo Fidenza

“Il carcere non è ancora la morte, benché non sia più vita”, (Adriano Sofri).

La serata organizzata da Potere al popolo Fidenza per venerdì 21 novembre, presso il circolo Ex Macello (via Mazzini 3) di Fidenza, cercherà di spalancare una finestra sulla condizione della popolazione carceraria in Italia. Oggi migliaia di persone detenute restano senza voce, in apnea. La crisi del sistema penitenziario è solo una delle criticità che le riforme dell’attuale Governo hanno aggravato. A fine agosto 2025 il sistema penitenziario è tornato a contare oltre 63 mila persone detenute per meno di 47 mila posti realmente disponibili – un tasso di sovraffollamento che ha superato il 135%. Il numero di decessi all’interno delle carceri è esorbitante: 246 nel 2024 e 199 al 21 ottobre del 2025. Tra questi i suicidi “certificati” come tali sono 68, cinque volte in più di quelli dei cittadini “liberi”.

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L’Italia senza casa. Sabato una discussione sul diritto all’abitare all’Aquila Longhi

di Andrea Bui

Senza casa non può esserci cittadinanza e il divario di ricchezze che negli ultimi vent’anni si è prodotto nelle nostre città ci racconta di una cittadinanza sempre più legata al reddito, con costi immobiliari declinati sul mercato finanziario e lontani da salari da trent’anni al palo.

E così abbiamo un’Italia senza casa e Sarah Gainsforth ce la restituisce fornendoci numeri e statistiche utili a sostenere quello che percepiamo sulla nostra pelle da ormai molto tempo: abitare nelle nostre città è sempre più difficile. Innanzitutto per i costi proibitivi di un’abitazione: dall’inizio del secolo a oggi i prezzi delle case sono aumentati a Roma del 56%, a Milano del 70%. Questo anche perché dagli anni Novanta lo stato ha rinunciato ad avere una politica abitativa. Se gli affitti oggi valgono una quota del 16% sul totale nel 1971 valevano per il 40%, perché l’unico intervento pubblico è stata l’agevolazione del mercato immobiliare. Il risultato è stato un aumento dei prezzi vertiginoso e una crisi abitativa che risulta paradossale, visto che la cementificazione del nostro paese dal dopoguerra in avanti prosegue incessantemente senza alcun legame con l’andamento demografico.

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