Nel suo programma di presentazione di libri che si ritengono utili al confronto, la Piccola Biblioteca Partigiana organizza un incontro con il Prof. Alfredo Chetta sul libro di Milena Gabanelli e Simona Ravizza, Codice rosso, dedicato alla sanità pubblica.
Il Coro dei Malfattori e la Rete Kurdistan Parma invita a una serata di solidarietà per il Rojava. Parleremo di quanto sta accadendo nell’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria dove è sotto accatto il progetto del confederalismo democratico: un autogoverno costruito dal basso, fondato sulla libertà delle donne, sull’ecologia, sulla convivenza pacifica tra popoli e religioni diverse.
Con la scomparsa di Andrea Marvasi, il Foro di Parma e la città intera perdono non solo un penalista di raro acume, ma un baluardo di civiltà e un instancabile difensore dei diritti. Andrea non ha mai inteso la professione forense come un semplice esercizio tecnico, ma come una missione civile dedicata, per vocazione e spirito, alla causa degli ultimi, di coloro che non si sono arresi e non si arrendono allo stato attuale delle cose, all’ingiustizia, alla disparità assunta come sistema sociale.
L’anniversario della morte di Picelli in Spagna, che cade ai primi di gennaio, può essere sempre un’occasione stimolante, oltre che per commemorarne la figura, anche per fare il punto su alcuni aspetti della sua biografia che meritano ulteriore approfondimento e precisazione. Ciò vale soprattutto per il periodo successivo al rientro dal confino, sul quale per molto tempo, in assenza di documenti fondamentali e ancora di più per il sovrapporsi di leggende e falsificazioni alimentate soprattutto da ambienti anticomunisti, non si è potuto realizzare un quadro sufficientemente preciso. La ricerca, come per altro avviene per ogni vicenda storica, non ha ancora detto parole conclusive, ma certamente ha acquisito qualche risultato che può essere verificato alla luce di conoscenze precise.
Uno dei leitmotiv più in voga nella società contemporanea riprende la massima thatcheriana “There Is No Alternative”, quella postura nella quale accettiamo, di fatto, la crescita economica come unica via per lo sviluppo della società umana. Quello slogan, utilizzato più volte dalla Premier inglese negli anni ’80 (ma ampiamente ripreso da altri capi di Stato, si pensi al “Es gibt keine Alternative” della CDU, nella Germania di metà anni ’90) non solo sanciva il passaggio dello Stato dal suo ruolo di regolatore a quello di garante degli interessi privati e del mercato, era soprattutto un manifesto programmatico del progetto neoliberista: non sarebbe potuto esistere un modello alternativo alla società neoliberale, quindi alla crescita infinita. Quella tesi si inseriva in una strategia multilivello, a quel punto già decennale, che prevedeva di limitare progressivamente l’intervento pubblico, in favore del libero mercato, promuovendo la concorrenza, la deregolamentazione e la riduzione della spesa pubblica per i servizi sociali. Ma quelle quattro parole ebbero la forza di codificare il messaggio in un imperativo che non lasciava margine, ostruiva immaginazioni altre, assumeva il governo dell’inconscio collettivo.
Sono vent’anni almeno che per non parlare dei problemi sociali che si aggravano sempre più, si parla di scontri di civiltà, “difesa della nostra cultura” contro non meglio precisati attacchi che si perdono nelle nebbie del complottismo o vere e proprie bufale, tipo il Piano Kalergi. Tutti i governi che si sono succeduti nel nuovo millennio hanno puntato su un sistema economico che affermava che l’unico modo per stare bene era permettere a un pugno di uomini di arricchirsi senza limiti, a qualunque costo, gettando al vento la scuola e la sanità pubblica, cancellando i diritti sul lavoro perché non ci rendevano competitivi.
Mentre la nostra vita peggiorava, l’unico problema trattato era quello della sicurezza associato all’immigrazione. Prima erano i meridionali, poi gli albanesi, i rumeni e oggi gli islamici e gli africani. La scuola non funziona “perché ce ne sono troppi”, gli ospedali non funzionano “perché curano solo loro”, le nostre città fanno schifo “perché ci sono loro”. È un “loro” indefinito, vago, non sono nemmeno persone reali, incontrate, sono persone raccontate sulle tv, sui social, notizie di cronaca commentate e strumentalizzate da politici che comprensibilmente preferiscono indicarci un capro espiatorio, piuttosto che spiegarci come intendano risolvere i problemi.
di Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti di Parma
Solo perché italiani? Solo perché italiani sono stati vittime delle foibe del ’43 e ’45?
Per la ricorrenza del 10 febbraio, “giorno del ricordo”, solennità civile nazionale istituita in base alla legge 92 del 2004, da vent’anni vengono attribuiti riconoscimenti e medaglie agli “infoibati”. Ma quanti sono questi riconosciuti e chi sono? Dalla documentatissima ricerca dello storico Sandi Volk, autore del libro Solo perché italiani? Un ricordo truccato (Kappa Vu, 2026) di recente pubblicazione, emerge che sono circa 800 (ottocento) e in gran parte appartenenti alle forze armate dell’Italia fascista che aveva aggredito e occupato la Jugoslavia, e delatori e collaborazionisti dei nazifascisti.
Da anni ormai frammentazione e dispersione degli insediamenti sono un tratto distintivo dello sviluppo urbano in Italia, e Fidenza, purtroppo, né è esempio paradigmatico. Capannone dopo capannone, si continua a trasformare il paesaggio nel quale viviamo, in modo apparentemente inesorabile e al servizio del capitale privato.
Come focolai di una malattia, gli insediamenti pianificati nei decenni precedenti si completano e si espandono inesorabilmente in un vero e proprio diluvio di costruzioni e tutto questo avviene senza valutare se effettivamente il mercato sia in grado di assorbirne l’offerta, “drogata” dagli investimenti immobiliari privati usati dal comune come bancomat, in una spirale diabolica, per garantire servizi non più coperti da risorse pubbliche.
Basta ricordare anche solo alcuni tratti dell’attività di Eugenio Melandri per capire le ragioni del convegno intitolato a lui: le campagne e le iniziative che aveva condotto come parlamentare – la regolamentazione del commercio delle armi, il sostegno alla obiezione di coscienza militare e fiscale, alla eliminazione delle armi nucleari, la messa a bando delle mine antiuomo e ancora “Chiama l’Africa” e “Contro la fame cambia la vita”, la marcia a Sarajevo – per accorgerci che stiamo parlando dell’oggi, dell’impegno che oggi dobbiamo tenere. “L’attualità del pensiero e dell’azione di Eugenio Melandri” si svolgerà venerdì 30 gennaio presso la sala conferenze dei Missionari Saveriani, organizzato da Missione Oggi, Casa della pace di Parma e Associazione Missionari Saveriani.
In queste settimane, ciò che sta accadendo in Rojava e nel Kurdistan turco colpisce in modo diretto i corpi, le vite e la dignità delle persone, in particolare delle donne e dei bambini. Non si combatte solo con le armi, ma attraverso il controllo quotidiano, l’umiliazione sistematica e la paura normalizzata.
Scrivo da qui. Mi trovo a Mardin, nel Kurdistan turco. Da quando sono arrivata vedo passare carri militari diretti verso il confine siriano, in direzione di Nusaybin. Li vedo ogni giorno. Vedo anche ciò che raramente viene raccontato: persone fermate per strada, gruppi di amici bloccati solo perché insieme, perquisiti “per la sicurezza pubblica”. Ma quale sicurezza, quando bastano cinque o sei giovani fermi a parlare per essere trattati come una minaccia?